Esperto di Calcio

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31 agosto 2013

Storie di calcio: Andrè Cruz

André Alves da Cruz, o più semplicemente Andrè Cruz, rientra in quella categoria di difensori goleador che hanno saputo sedurre le grandi squadre.
Il brasiliano, più forte nel tocco di palla che in marcatura, nasce calcisticamente nel Ponte Preta, squadra brasiliana con cui debutta nei professionisti nel lontano 1987. Dopo appena 3 anni nel calcio dei grandi, è lo Standard Liegi a portarlo nel Vecchio Continente, sedotto dal suo mancino potente e preciso, specie su calcio piazzato.
Nel campionato belga Cruz diventa ben presto un leader, grazie anche ai 18 goal messi a segno in appena 4 stagioni. Nel 1994 è il Napoli di Ferlaino a portarlo in Italia, affiancandolo ad un giovane Fabio Cannavaro davanti all'immortale Pino Taglialatela.
Cruz, arrivato con la nomea del campione sotto il Vesuvio, gode in maniera abnorme delle grandi prestazioni del futuro Pallone d'Oro, diventando agli occhi dei media un acquisto favoloso. Intendiamoci, Cruz non era un giocatore scarso, ma non era quello spietato marcatore che sembrava essere e che ha scatenato un duello di mercato "leggendario" fra le due sponde del Naviglio.
Dopo tre stagioni con la maglia azzurra, infatti, Cruz diventa oggetto delle attenzioni di mercato di Milan ed Inter. Il brasiliano firma un precontratto con i nerazzurri, poi cambia idea e si accorda con il Milan. Nemmeno a dirlo, Moratti e Berlusconi iniziano a "scornarsi" per il presunto campione carioca, che sembra in procinto di diventare una leggenda.
Il trasferimento di Cruz, ad un certo punto, prende una piega da libro giallo. Come racconta l'archivio storico del Corriere della Sera, il trasferimento di Cruz è degno di una trattativa alla Oronzo Canà.

"Ognuno ha la sua storia. C'e' chi e' costato 51 miliardi e chi un solo milione di lire. Per una sera, sul prato della Maladiere, Francesco Moriero, 28 anni e sei mesi, di Lecce ("Moriero terrone", e' l'ultima battuta di Taribo West), tornante, sei stagioni con il Lecce, due al Cagliari, tre alla Roma, si e' divertito a fare il Ronaldo, con un gol in rovesciata che ha ricordato la prodezza di Pele' con la quale si chiude "Fuga per la vittoria". Quella di Moriero e' una storia tuttora in sospeso fra realta' e fantasia. A meta' maggio, con il contratto in scadenza, dopo aver vissuto un anno alla Roma da "sopportato speciale", aveva scelto il Milan; il 10 luglio, giovedi', ha cambiato squadra senza cambiare citta' e, 36 ore dopo, e' andato in ritiro con l'Inter. Il si' di Moriero e' servito a chiudere un mese di schermaglie estive fra i due club di Milano: Andre' Cruz aveva firmato un precontratto con l'Inter e un contratto con il Milan; Moratti era deciso a depositare il documento e i continui "vertici" non servivano ad evitare la crisi. L'Inter voleva Boban o Maini, il Milan rispondeva: "Non se ne parla". Sembrava non ci fossero piu' margini di trattativa; poi, all'improvviso, la svolta: vi interessa Moriero? La domanda del Milan, convinto che per Cruz (designato erede di Baresi) si potesse rinunciare al tornante, che pure piaceva a Capello. "Ci interessa", la risposta dell'Inter. Cosi', trentasei ore prima della chiusura del mercato di luglio, l'accordo: prestito per un milione di lire (il minimo consentito dalle carte federali), con un gentlemen's agreement per trasformare, appena possibile (cioe' fra pochi giorni), il prestito in comproprieta'".



E fu così che l'Inter fece il primo e forse unico affare con i cugini del Milan, che scoprono il vero Cruz. In un
anno alla corte di Capello, Cruz si distingue in allenamento per una innata dote nel calciare le punizioni e per imbarazzanti capacità in marcatura nelle partite che contano.
Capello, tecnico poco avvezzo ai compromessi, lo boccia senza mezze misure. Così, coda fra le gambe e testa bassa, Cruz saluta il calcio che conta. Standard Liegi, Torino, Sporting Lisbona e Goias sono le ultime avventure di una carriera vissuta al massimo, almeno per qualche anno.

Ante Rebic - 1993 - Croazia

La Fiorentina ha perso due talenti come Jovetic e Ljiajic, ma non ha smesso di guardare verso est. I viola, infatti, hanno ben presto messo sotto contratto un ragazzo di prospettive e dal sicuro talento: Ante Rebic.
Classe '93, conosciamolo meglio leggendo insieme il suo profilo, tratto da Trasfertmakt.com:

Per un serbo che parte, un croato che arriva. Evitando riferimenti storici fuorvianti e inappropriati, quello fra Ljajic e Rebic è un avvicendamento naturale, un passaggio di consegne quasi obbligato dopo il secco no dell’entourage del primo al rinnovo contrattuale proposto dalla società di Cognigni.

Troppo distanti le parti (e i soldi hanno influito fino ad un certo punto) per poter risanare lo strappo. E così il ragazzo cresciuto nel Partizan ha salutato Firenze ed è salito, valigia piena di talento e colpi di testa, sul primo treno per Roma, linea giallorossa. In direzione opposta, con meno clamore e partendo dal porto di Spalato, si è mosso il suo sostituto: Ante Rebić.

Classe ’93, 185 cm per 77 kg, l’ex attaccante dell’RNK Split può ritenersi a tutti gli effetti un enfant prodige. Non è certamente cosa da tutti esordire con gol sia in campionato (a 17 anni appena compiuti) che in nazionale, fatto che si è ripetuto con l’U19, al mondiale U20 e nell’amichevole che la selezione maggiore croata ha tenuto due settimane fa a Vaduz contro il Liechtenstein. Numeri che fanno capire quanto il talento sia precoce ed in costante ascesa. Ma che giocatore è il neo gigliato?

Le caratteristiche fisiche rimandano d’impulso ad una prima punta moderna, potente ma non statica, mentre sul piano pratico l’HNL ha tirato su un ragazzo che con l’area avversaria e le dinamiche ad essa interne ha ancora poca confidenza. Pregevole controllo di palla, doppio passo e dribbling sono infatti pregi da attaccante che ama calpestare le corsie esterne o l’erba a ridosso della lunetta, quale Rebić è. Ovviamente nulla gli vieterebbe di trasformarsi, per restare ad un conterraneo, in un novello Mandžukić, nel momento in cui riuscisse a migliorare talune caratteristiche che per eccellere in quel ruolo sono fondamentali (movimenti spalle alla porta, spirito di sacrificio, opportunismo e via discorrendo).

Ad oggi il suo gioco diventa illuminante quando gli spazi sono meno intasati e la possibilità di puntare l’uomo, magari convergendo verso il centro per tirare in porta col suo potente destro, è alta. Finora in campionato l’RNK ha prediletto il 4-3-3 con gli esterni che a turno o in contemporanea rinculavano in fase passiva, atteggiamento assai visibile nelle partite fuori casa. Rebić è uno di questi, più precisamente il mancino e quello con meno capacità di ripiegamento rispetto a Belle e Roce, ovvero coloro con cui si contendeva una maglia da titolare. Infatti le prime ed ultime sei partite del ventenne croato con i rossi della Dalmazia non sono state un percorso netto.

Migliore in campo al battesimo contro lo Slaven Belupo in cui ha fatto impazzire Puric e compagni, costretti a ricorrere più volte al fallo, tanto è vero che il weekend successivo è partito dalla panchina per un problema al ginocchio. Entrato nel secondo tempo ha centrato subito una traversa con un tiro a giro dai 25 metri e poi ha ben pensato di chiudere un match sofferto e riacciuffato per i capelli con un’ingenua espulsione per insulti alla terna arbitrale (2 giornate di squalifica e pesante multa). Rientrato con lo Zadar si è rimesso subito in riga fornendo il cross del momentaneo pari, prima di chiudere l’avventura in patria con una prestazione così così da centrocampista offensivo/trequartista ottenendo però un prezioso pari contro il Rijeka, terzo a soli due punti dalla capolista Dinamo Zagabria.

È chiaro che traslando i trascorsi di Rebić alla Serie A non dovremmo immaginarlo come un vice Gomez, così com’è stato etichettato dalla stampa italiana dopo il prestito di El Hamdaoui al Malaga, anche se sulla carta resta l’unico avanti in rosa con un briciolo di fisicità. Più probabile un inserimento soft che ne privilegi l’indole.

In parole povero esterno mancino d’attacco (ergo, Pasqual e Alonso sono altra cosa), seconda punta o duetto atipico con Giuseppe Rossi, proprio sulla scia di quel Ljajic che gli ha lasciato libero un armadietto dell’Artemio Franchi.

30 agosto 2013

Storie di calcio: Edgar "Pitbull" Davids

Da bidone a campione. Questa la storia in Serie A di Edgar Davids, il centrocampista che più di tutti mi ha impressionato quand'ero ragazzino.
L'olandese, approdato alla Juventus nell'inverno del '97, ha unito per anni tutte le caratteristiche che un campione del centrocampo deve avere. Era tignoso come Gattuso, tecnico come Guardiola, rapido come Hamsik e con la personalità del miglior Pirlo.
Lo ammetto, ero sportivamente innamorato di Davids, perchè non tradiva mai. Era il primo a suonare la carica e l'ultimo a mollare, anche quando tutto era perduto.

Nato e cresciuto nel vivaio più celebre del mondo, ha esordito con la maglia dello stesso Ajax. Ben presto diventa una colonna dei lanceri, collezionando titoli e successi. Non solo campionati olandesi, ma una Coppa Uefa ed una Champions League regalano ad Edgar il pass per il torneo più difficile al mondo: la Serie A.
E' il Milan a investire su di lui, portandolo sotto la Madonnina sfruttando la legge Bosman. A Milano Edgar deve diventare un pilastro del Diavolo, ma qualcosa non funziona. Poche partite e molte incomprensioni spingono il Milan a cederlo per soli 9 miliardi di lire (4 milioni di euro) alla Juventus di Lippi.
Arriva a Torino con la nomea del piantagrane e del don Giovanni (si vociferava in città che al Milan lo avessero allontanato i senatori per le avances alle loro signore, un pò un novello Gullit), ma si rivela tutt'altro. Subito lanciato in campo da Marcello Lippi, diventa un idolo della curva Scirea. Capace di abbinare corsa e agonismo all'eleganza nel tocco di palla, Davids ritrova la leadership che lo aveva contraddistinto ai tempi dell'Ajax. Insieme alle prestazioni arrivano titoli a ripetizione, fino a quanto un problema alla vista lo blocca per alcuni mesi.



Rientrato da un'operazione agli occhi per un glaucoma, inizia l'era del centrocampista con treccine ed occhiali. Davids recupera la forma in men che non si dica, e riscopre la sua continuità di rendimento unita alla grinta, all'abilità nel tackle e alla straordinaria tecnica individuale, che ne fanno uno dei migliori interpreti del suo ruolo di quegli anni.
Pelè, nel 2004, lo inserisce nella lista dei 100 migliori giocatori in attività, ma qualcosa di li a poco si spezza con la Juventus di Lippi. Così, nel gennaio 2004, viene ceduto al Barcellona, dove da spettacolo.
In blaugrana trascina i suoi ad una stagione esaltante, compiendo a fine anno l'unico errore della carriera. Laddove poteva restare un leader, decide di lasciare il Barça per approdare nuovamente a Milano, sponda Inter. In nerazzurro chiude di fatto la carriera, non riuscendo ad incidere come avrebbe potuto.
Pazzo per il calcio, non si arrende e lascia l'Inter per continuare la sua carriera con varie maglie: Tottenham, Ajax, Crystal Palace. Infortuni gravi (tibia e perone) non lo fermano, e così ancora oggi lo si può vedere in campo e in panchina nel doppio ruolo con i londinesi del Barnet, squadra militante nella Ligue Two britannica.

Un carattere spigoloso, unito ad un fantastico talento, hanno reso Edgar Davids un campione a tutto tondo. Impossibile non amare il mediano orange, Davids è stato un idolo ovunque abbia giocato. Un giorno, a Torino, l'ho incontrato di persona. Mai visto nulla di simile: un corpo statuario, gonfio di muscoli, con delle gambe abnormi e uno sguardo di fuoco.
Giocatori come Davids, tignosi e corretti, forti e dinamici, tecnici ed estrosi, sono la fortuna del calcio moderno, quello che gli amici di Esperto di Calcio ameranno sempre.

Cristian Barbut - 1995 - Romania

Un altro favoloso profilo griffato Calcio dell'Est. Oggi, amici di Esperto di calcio, si va alla scoperta di un giovane talento balcanico, il romeno Cristian Barbut.

Cristian Barbut è un giovane centrocampista romeno, classe 1995 che milita nella formazione del Poli Timisoara salita in prima divisione ( Liga 1 ) in questa stagione. Cristian è un ragazzo giovanissimo che ha esordito nella massima competizione il 19 luglio 2013 - prima di campionato in Romania - nella gara che ha posto il neo-promosso Timisoara di fronte alla Dinamo Bucarest. Fra le grandi sorprese delle gara - oltre alla sua grande prestazione e definitiva esplosione - c'è il risultato finale che vede i padroni di casa imporsi su una formazione molto più forte ma sopratutto esperta per 2-0.



Barbut è un centrocampista molto rapido agevolato dalla sua statura, è alto 1.66, molto bravo nel gestire il pallone con entrambi i piedi e sopratutto in velocità, può inoltre essere schierato sia come esterno di fascia ( predilige giocare sulla fascia destra ) oppure come seconda punta libero di muoversi alle spalle dell'attaccante centrale. Ha un passato travagliato nelle giovanili della Steaua Bucarest - squadra che ha dovuto lasciare per motivi fuori dal terreno di gioco - ed ha quindi deciso di ripartire con il Poli Timisoara. Vasile Cristea, il suo procuratore nelle varie interviste lo ha spesso paragonato ad un'altro dei suoi assisti Torje - calciatore di proprietà dell'Udinese - lo ricorda per altezza e per velocità secondo l'agente di nazionalità romena. In realtà Barbut ha forse più senso del goal rispetto al calciatore dell'Udinese dimostrando già alla prima uscita con la maglia della prima squadra di vedere la porta con regolarità: la prima volta con i compagni più grandi ha siglato una doppietta lasciando cakciatori e tifosi a bocca aperta, non solo per le reti messe a segno ma anche per la grande prestazione fornita sul terreno di gioco. Da quella partita sono passati appena 12 mesi, il giocatore prima è stato riportato nella squadra under 19 - perchè non volevano bruciarlo - ma nel momento in cui il team era in lotta per la massima serie è stato a piccole dosi aggregato al gruppo; la sfortuna vuole però che nel mese di novembre si infortuni per due mesi e deve cosi rimandare il suo esordio. Il suo debutto nella Liga II arriverà l'8 marzo dopo la sosta invernale del campionato romeno, il giovane talento entra negli ultimi 20 minuti nella gara poi persa dal Poli Timisoara con l'UTA Arad. Grazie anche a questi minuti e alle successive prestazioni nei minuti finali di gara si conquista il posto da titolare nella gara contro il Damila Maciuca, dove realizza anche il suo primo assist ( Qui trovate il video della gara, dove lui indossa il numero 25 ) . Da quel momento non lascierà più il campo partendo sempre da titolare; riesce anche a segnare il primo goal in gare ufficiali contro il Mures il 13 maggio 2013. All'esordio nella massima serie di venerdi 19 luglio mostra tutto il suo talento anche agli spettatori della Liga I romena - la sua prestazione non è certo passata inosservata nemmeno a molti scout che hanno chiesto già informazioni sul giovane talento classe 1995 del Timisoara - è infatti stato determinate nella vittoria fra le mura amiche del suo Poli contro la Dinamo Bucarest deliziando i suoi sostenitori prima costruendo l'azione del vantaggio finalizzata da Szekely e poi chiudendo la gara con la rete del 2-0 nella ripresa.

29 agosto 2013

Storie di calcio: Pasquale Luiso, il Toro di Sora

Il Toro di Sora. Così era conosciuto Pasquale Luiso, centravanti di sfondamento che ha vissuto il suo apogeo con le maglie di Piacenza e Vicenza nella seconda metà degli anni '90.
Nato calcisticamente nell'Afragolese, muove i primi passi nel calcio che conta con la maglia del Sora. Idolo indiscusso dei bianconeri, stabilisce un sodalizio strettissimo con mister Di Pucchio. E' l'allenatore locale, infatti, che lo sposta dalla fascia al centro dell'attacco, venendo ripagato a suon di goal.
Luiso, per il suo gioco irruente ed una forza pazzesca nel colpo di testa, si guadagna il soprannome di Toro di Sora, che lo accompagnerà in tutta la sua carriera.
Dopo 59 reti in 120 partite lascia il Sora per approdare al Torino. I granata non gli danno fiducia ed inizia un pellegrinaggio di città in città. Pescara, Chievo e Avellino gli danno l'occasione di mettersi in luce in Serie B, con l'esplosione proprio vicino alle pendici del Vesuvio. I suoi 19 goal in cadetteria non salvano l'Avellino, ma gli valgono la chiamata del grande calcio. Il Piacenza punta su di lui per la Serie A, venendo ampiamente ripagata.
14 reti in 31 partite regalano a Luiso la notorietà, grazie anche ad un favoloso goal in rovesciata nello storico 3-2 casalingo contro il Milan.



Luiso, ragazzo spensierato e determinato, diventa ben presto una celebrità in Italia. Dopo ogni goal, infatti, diletta lo stadio con il ballo della "Macarena", divenuto particolarmente celebre in quel di Piacenza. I suoi goal valgono una storica salvezza per il Piacenza, che viene trascinato nello spareggio per non retrocedere proprio dal Toro di Sora. La sua doppietta agli isolani del Cagliari portano il Vicenza sulle sue tracce.
Gli uomini di Guidolin lo scambiano con l'esperto bomber Roberto Murgita, che è ormai al suo canto del cigno. Luiso, invece, segna 8 reti in campionato e 8 in Coppa delle Coppe. Qui trascina i veneti alla semifinale, segnando anche una rete allo Stamford Bridge di Londra.

Attaccante dall'innato fiuto del goal e dal carattere estroso, Luiso è stato un personaggio a tutto tondo. I successi con la maglia vicentina sono l'apogeo di una carriera da ricordare tanto per i goal, quanto per le esultanze e la notorietà.
Pur non essendo approdato in una grande, rientra in quella categoria di giocatori che son passati alla storia negli anni '90. I vari Hubner, Tovalieri, Oliveira..gente che dava del tu al pallone davanti alla porta e che aveva un fascino ed un folklore fuori dal comune.
Il Toro di Sora chiude la carriera nella squadra che più di tutte lo ha amato, con indosso la maglia bianconera ed esaltando la curva che lo ha reso celebre. In 15 apparizioni segna 12 reti in Promozione, che valgono il salto di categoria al suo Sora.


Willian-Chelsea, per chi è più rischioso?

Il Chelsea di Mourinho ha comprato un gran bel giocatore, il brasiliano Willian. Ma ha fatto bene a portare a Stamford Bridge l'ennesimo talento dietro le punte? Lampard, Oscar, Mata, Hazard, De Bruyne...gente che da del tu al pallone e che non è certo inferiore all'eccentrico carioca.
Avrà dunque commesso un errore Willian? Scopriamolo insieme agli opinionisti di Bleacherreport.com!

Chelsea have confirmed their latest signing of the summer with Brazilian attacker Willian signing for the Stamford Bridge club, but questions can be asked over whether the player has made the right move this summer.
BBC Sport's David Ornstein has confirmed that Willian has joined from Anzhi Makhachkala for £30 million on a five-year deal, being allocated the No. 22 shirt. He is Chelsea's fourth senior signing of the summer following Mark Schwarzer, Marco van Ginkel and Andre Schurrle, and he joins a huge list of attacking-midfield talent at the club.
Willian had the option of joining Spurs, where he had a medical before joining Chelsea, while Liverpool were also in the frame for his signature originally.

he new Blues recruit established himself as a threat in European football while playing for Shakhtar Donetsk in the Ukrainian top flight and the Champions League before he moved to Anzhi in January. His stint in Russia has been cut short, however, by the Dagestan club's need to bring in funds after owner Suleyman Kerimov opted to stop lavishly funding the side.
The Premier League quickly came calling, and while it is probable that Willian has joined the best-equipped of the three teams to try to win the league title, it is also inarguable that he has opted for the side where he could get the least amount of game time.
Where Liverpool are known to be looking for a left-sided attacker to add to their first XI on a weekly basis, and Tottenham are seeking to replace Gareth Bale with a quality, pacy attacker, Chelsea are stockpiling a final-third player in an already overcrowded squad.
To the "Matazar" trio that shone so brightly last season—consisting of Juan Mata, Eden Hazard and Oscar—has been added to with Van Ginkel and Schurrle, while Kevin de Bruyne has been recalled from his long-term loans in Germany.
Frank Lampard and Ramires, while certainly more "central" midfielders than out-and-out attacking ones, are also capable of filling those roles, and Victor Moses also remains at Stamford Bridge.

Add in Willian, and that gives Chelsea at least eight players battling for the three roles behind and beside a central striker—and Ben Rumsby of the Telegraph reports that Porto's Christian Atsu, who also plays in wide attacking areas, is now linked with a move to Stamford Bridge too.
While it is unthinkable that Chelsea will head past the transfer window closure without offloading at least one or two of those names, it still leaves Willian in the unenviable position of facing a direct battle with Hazard for a place on the left, his regular role with Shakhtar and Anzhi.


He can play centrally, of course, but again, in that position he faces huge competition for time on the pitch.
Willian has signed a long-term contract, so Chelsea clearly see him as being an important player for now and the future, but if he takes a while to settle into his new team, he could quickly find himself marginalised if others hit the ground running under Jose Mourinho.
A £30 million investment is still a lot of money, even for Chelsea, but it might seem to be the case to some that the player himself might have been better served heading to White Hart Lane or Anfield for further first-team football—though, if Chelsea are competing for the league title at the end of the season and he is involved, he will think his decision fully justified.
All eyes now will be on just how much the Brazilian contributes to the coming campaign.

28 agosto 2013

Bayern Munchen: la filosofia Guardiola non funziona?

Il Bayern Monaco ha cambiato tanto, tantissimo. Non negli uomini, ma nella mentalità, nell'approccio alla partita e nella filosofia di gioco. Guardiola, com'è giusto che sia, sta portando le sue idee ed il suo modo di giocare, ma risulta difficile operare cambi radicali su una squadra così forte ed abituata al successo
Ho avuto modo di scrivere parecchi pezzi su Pep, su quanto sia bravo e quanto questa sfida fosse difficile per lui. Ora è il momento della verità, la sfida di venerdì con il Chelsea sarà uno spartiacque. Contro Mourinho, il solito Mou, non potrà fallire. 
Il portoghese, abile come nessuno dietro il microfono, ha scaricato tutta la tensione su Pep, che dopo il pessimo pari di Friburgo e la brutta sconfitta in Supercoppa (contro i rivali del Dortmund) non può più fallire. 
Bleacherreport riporta un'analisi tattica e tecnica dettagliata del nuovo corso bavarese:

Bayern Munich reclaimed first place in the Bundesliga table Tuesday, but the Bavarians were nonetheless left disappointed with their match against Freiburg, which ended in a 1-1 draw.
Pep Guardiola's side met stiff resistance from the hosts, who dug in after conceding an early opener and earned their point with four minutes left to play.
Freiburg are no pushovers, but once going ahead, Bayern should have shut up shop.
Instead, they allowed the hosts to find their way back into the game and more: after Nicolas Hofler's equalizer, Freiburg looked the more dangerous side; if there was any question to how deserving they were of their point, that was put to rest in the latter stages of the match.

There were a number of factors that resulted in Bayern dropping points, but perhaps the most significant influence came long before the match: in the club's transfer activity.
As time ran down, what Bayern needed to seal their victory was a reliable holding midfielder. But there was no such player available on the bench, and when Bastian Schweinsteiger was forced off with an ankle injury, he was replaced by Franck Ribery.

Last season, Bayern would have had several options available on the bench—even with Javi Martinez not quite match-fit, as he was for Tuesday's match. Luiz Gustavo, Anatoliy Tymoshchuk and Emre Can all would have been available to Jupp Heynckes' side.
ut since Heynckes left, Tymoshchuk's contract was allowed to expire without talk of an extension, Gustavo was sold to Wolfsburg and Can was offloaded to Leverkusen.
Perhaps Tymoshchuk and Can were on their way out in any case, due to lack of playing time, but Gustavo's sale was only made possible by Guardiola.

"Mario Gotze is a super, super player, but I need Thiago," the trainer said in July. The Bayern board acquiesced to his request and signed the 22-year-old from Barcelona.
Guardiola's lineup for Bayern's first competitive match under his tenure, the DFB Superpokal against Dortmund, was revolutionary: a 4-1-4-1 formation with Thiago the sole holding midfielder.
The result was disastrous. Never a true anchor, the young Spaniard was bullied around the park by the physically-imposing Ilkay Gundogan and Sven Bender, and BVB were 4-2 winners.

Guardiola even slapped Thiago during the match, presumably for making him look less like a revolutionary and more of a heretic.
Even if a preseason match, the Superpokal was a warning that went ignored. Bayern sold Gustavo and Can, reducing their depth to just two true holding midfielders: Schweinsteiger and Javi Martinez.
And whether the trainer ever intended for Martinez—whose attributes are not at all dissimilar from any of the several midfielders Guardiola used as centre-backs during his tenure at Barcelona—to play in midfield is anyone's guess.

Now, for the second time in a month, Bayern have been punished for showing complete disregard for the holding midfield role—incidentally, the area that made Heynckes' team so immensely strong in their treble-winning 2012-13 campaign.

With Schweinsteiger withdrawn, Guardiola had no holding midfielders available and was forced to push his team for another goal rather than tending to the relatively-simple matter of closing out the match by containing the Freiburg attack.
With the transfer window set to close imminently, it appears that Bayern will make no more squad changes. But come January, they may sorely need some changes.
Guardiola's plans have potential, but there is simply no excuse: A club with aspirations to win several trophies must have more than two holding midfielders in its squad.

fonte: bleacherreport.com

ADV, un presidente show-man che ci ha stancati

Il solito show. Francamente mi ha stufato l'atteggiamento di Aurelio De Laurentiis, tipico di chi fa cinema. Bene, che tornasse a fare cinema allora, perchè non è possibile fare sempre queste piazzate "napoletane". Dopo le sparate sulla lega, sul mercato e sugli avversari; la fuga in motorino e i tweet continui, Aurelio De Laurentiis ha sparato a zero contro Capri e la sua organizzazione:

"Higuain? Non l’ho incontrato. Speriamo che queste suture durino nel tempo perché in ospedale non si sanno mettere neanche dei punti. Volevo vedere il taglio che ha riportato per poter fare causa alla Regione Campania e a Capri. Chiediamo 100 milioni di danni alle istituzioni, da devolvere poi a chi ha bisogno. I politici devono avere una lezione. Cosa fa il sindaco di Capri? Cosa fa il presidente della Regione? Può arrivare su lì un grande personaggio e noi che figura facciamo? Sono stanco di non avere presidi medici di buon livello. Manco fossimo in Africa"

Ora vorrei capire, per quale ragione Capri avrebbe dovuto curare con maggiore zelo Higuain? Giocatore sfortunato, ma che è scivolato facendo un tuffo da una barca (sua o a noleggio non lo so), mica da un sasso posto in mare da quel birbante del sindaco di Capri.
Queste esternazioni illogiche, tipiche di ha fatto cinepanettoni, hanno stancato per quanto mi riguarda. Se si vuole parlare di calcio lo si fa, e De Laurentiis ha sicuramente fatto un gran bel lavoro con il Napoli. Ora la squadra può lottare con tutti, e allora pensiamo a questo. Invece, vittima il solito desiderio di stare sotto i riflettori che attanaglia il nostro paese, pensiamo a fare gli show-man.
Io di questi "gadanetti" ne ho visti troppi, in tv, in parlamento, in radio. Almeno nello sport, e nel calcio in particolare, facciamone a meno, per favore.

27 agosto 2013

Storie di calcio: Zizou Zidane in bianconero e quelle partitelle per strada

Chiedete ad uno juventino, uno qualsiasi, cos'è stato Zinedine Zidane. Chiunque vi risponderà "poesia".
Zizou è stato per i bianconeri e per la storia del calcio un giocatore unico. Dotato di una classe immensa, probabilmente inimitabile, il francese aveva un'elenganza maestosa.
Finte, tocchi vellutati, veroniche, non gli mancava davvero nulla per fare impazzire i tifosi di tutto il mondo. Lo sanno bene a Torino, a Madrid e nella Francia intera, specie per quella finale Mondiale nel luglio del '98. Due goal di testa al Brasile, che hanno regalato il titolo di campioni alla Francia di Jacquet.
Nato con la predisposizione del leader, Zidane univa un carisma sensazionale ad un carattere scontroso. Un problema marcarlo, ma un danno farlo arrabbiare sul campe. Zizou, a dispetto della classe da numero 10, aveva il temperamento di un uomo di strada. Rispondeva alle provocazioni e si faceva rispettare, senza aver paura di niente e nessuno.
Sfrontato e caparbio, Zidane è stato un fuoriclasse assoluto. Sono orgoglioso di averlo visto giocare con la maglia della Juventus e mi porterò sempre negli occhi e nel cuore alcune delle sue più belle gemme, che ho deciso di rivivere insieme a voi:



E' proprio questo suo carattere che lo ha portato a giocare delle partite in strada. Si, avete capito bene, Zidane (insieme ad Edgar Davids) è stato uno street-soccer. Un peccato non si sia mai fermato accanto a me e mi abbia chiesto di fare una partitella.
"Non è una leggenda la storia che vuole che io mettessi un cappellaccio da pescatore per andare a giocare con gli immigrati, anche se l'ho fatto soltanto un paio di volte. A spingermi era il mio compagno di squadra Edgar Davids. Lui ci andava matto, lo faceva molto spesso: prendeva la macchina e quando vedeva qualcuno giocare in un parcheggio si fermava per aggregarsi. Mi diceva sempre: 'E' per loro che dobbiamo giocare, sono queste le partite importanti'. E io gli dicevo: 'Ok, ma abbiamo gli allenamenti, apparteniamo a un club di alto livello, non possiamo rischiare di infortunarci'. Allo stesso tempo, però, lo ammiravo, perché era in grado di fare delle cose del genere"
Emozioni pazzesche, vi immaginate Zizou ed Edgar che si fermano al campetto di via Sospello e dicono, con quell'accento un pò francese e un pò olandese: "ragazzi facciamo due palleggi?" Non oso immaginare il volto dei fortunati. Giocare con due campioni del genere è il sogno di una vita, non solo per un bianconero ma per chiunque giochi a calcio e ami questo sport.

Filip Djuricic - 1992 - Serbia

Nome completo: Filip Đuričić
Data di nascita - Anni: 30 Gennaio 1992 - 21 anni
Luogo di nascita: Obrenovac, Serbia (ex Jugoslavia)
Altezza: 1,77 cm
Peso: 72 Kg
Ruolo: Centrocampista
Numero attuale: 9




Esperto di Calcio presenta una nuova e fantastica joint venture. Direttamente dal portale web "Calciodellest.com", il profilo di un giocatore interessantissimo. Un classe '92 che farà parlare di sè.

Questa è la sua stagione. Autentico trascinatore con il suo attuale club, ora risulta decisivo anche con la nazionale. Nel recente turno di qualificazione per i prossimi mondiali ha siglato una strepitosa doppietta con la sua Serbia alla Scozia, facendo rimanere gli uomini di Mihajlovic attaccati ad un filo sottilissimo. Oggi la rubrica "Future Player" non bada a spese e vi presente uno dei talenti più cristallini dell'est Europa, Filip Djuricic. Centrocampista di grande prospetto, per la prossima stagione si è già promesso al Benfica, insieme al connazionale Sulejmani, che con loro due ha fatto due autentici colpacci.
Nome completo: Filip Đuričić, Филип Ђуричић
Squadra attuale: SC Heerenveen

21 anni fa nasceva in un paesino appena fuori dalla capitale Belgrado, Filip Djuricic. Inizia praticamente subito a giocare a calcio, entrando nelle giovanili del Radnicki, storico club serbo fondato nel 1927. Ancora giovanissimo lascia il suo piccolo paesino, a volerlo è, infatti, l'accademia della Stella Rossa. Per il piccolo Filip è, praticamente, un sogno che si avvera. Tuttavia, passa poco e la sua esperienza con bianco-rossi è già al termine. Il tutto non perché sia scarso, anzi, Filip vola in Grecia, per lui c'è un'opportunità ancora migliore, entra, infatti, nelle giovanili dell'Olympiacos, il miglior club greco per distacco. Il suo anno in terra ellenica è, però, contrassegnato da un aspro litigio, tra la sua società e la Stella Rossa, dovuto al suo cartellino. L'UEFA risolve il tutto a favore dei serbi e così Filip ritorna nella terra nativa. Qui riceve, tuttavia, poca fiducia, venendo ceduto subito al club che l'aveva lanciato nel calcio professionistico, il Radnicki di Obrenovac. In due stagioni si mette bene in mostra, attirando gli interessi di grandi club come il Manchester United dove svolge un provino, totalizzando 15 presenze e 3 gol.

Appena maggiorenne, nel gennaio del 2010, arriva così la seconda opportunità estera. A volere le sue prestazioni è infatti l'Heerenveen. Il debutto arriva il 20 febbraio seguente contro l'RKC Waalwijk, dove mette a segno immediatamente un assist decisivo. A suon di belle prestazioni si guadagna immediatamente il posto da titolare, andando a segno per la prima volta nella trasferta di Alkmaar contro l'AZ dove segna la momentanea rete dell'1 a 0 (il match è finito 4 a 1 per l'AZ, ndr). La prima stagione è più che positiva per Filip che in nove presenze sigla un assist e un gol. Va tutto a gonfie vele anche in nazionale, dove nell'Under 21 risulta uno degli elementi fondamentali, andando spesso e volentieri anche a segno. La stagione successiva va ancora meglio. In tutto sono 24 le sue presenze con i Frisoni, coronate da due gol e 3 assist. Ed è proprio da qui che ri-iniziano i rumors verso le big del calcio europeo. Il giocatore decide però di rimanere, confermandosi nel giro di un paio di anni come uno dei migliori elementi dell'Eredivisie.

La vera svolta arriva nel mercato invernale del 2013. Sono molti i club sulle sue tracce, tra cui anche il Milan che ha visionato anche il compagno Finnbogason (vedi qui), ma alla fine ad accaparrarsi il suo cartellino sono i portoghesi del Benfica. Il 23 Febbraio, insieme a Sulejmani, svolge le visite mediche di rito e firma un contratto a partite dell'estate del 2013 con una clausola rescissoria di 40 milioni. Un grosso stimolo per lui che in questi ultimi mesi in Olanda potrà dimostrare ulteriormente di meritare questa chiamata.

Come abbiamo già scritto, davvero bene anche il rendimento in nazionale. Sin dall'Under 17, dove è stato capitano, si è saputo imporre da titolare, fino ad arrivare alla nazionale maggiore. Qui dopo una breve periodo in panchina, con Mihajlovic è stato ri-proposto dal primo minuto è non ha deluso. Il punto di massimo splendore arriva lo scorso 26 marzo dove fa due gol alla Scozia e si prende tutti i complimenti delle stampa locale.

Per quanto riguarda le caratteristiche è un giocatore molto polivalente. Il suo ruolo naturale è quello di trequartista, ma può giocare anche come esterno e seconda punta. La sua qualità migliore è la tecnica, visto che sa calciare indifferentemente di destro e di sinistro. Ha un grande visione di gioco ed è stato paragonato, troppo affrettatamente però, a Cruijff, dal quale ha solo da imparare. In tutte le squadre che ha giocato è diventato uno degli elementi principali, quindi sul suo rendimento non ci dovrebbero essere dubbi. Diverso il discorso sul fisico e sul colpo di testa, cose su cui pecca. Ottima la fantasia, infatti, è in grado di inventarsi giocate dal nulla che possono lanciare alla grande i compagni di squadra. Può migliorare ancora sotto porta dove a volte è troppo lezioso, ha in compenso l'eleganza dei grandi giocatori. Sono sicuro che il Benfica assicurandoselo, ha fatto un colpaccio che nel giro di qualche anno, come suo solito, potrà rivendere a suon di milioni.

26 agosto 2013

Storie di calcio: Enrico Chiesa

Un sinistro terrificante. Enrico Chiesa, oltre ad esser stato un grande attaccante, aveva ricevuto un dono da madre natura: il piede sinistro. Genovese e doriano, Chiesa cresce nelle giovanili della Samp mostrando doti fuori dal comune.
Giovanissimo, appena 18enne, inizia a peregrinare per l'Italia, aumentando il suo bagaglio d'esperienza. Teramo e Chieti gli danno l'occasione di farsi le ossa nelle categorie minori, fin quando la Sampdoria non gli regala la prima occasione in Serie A.
Nel 1992-93 l'allenatore svedese Eriksson lo affianca a Roberto Mancini, facendo di Chiesa l'erede di un certo Gianluca Vialli, bomber del tricolore fresco di passaggio alla Juventus. Chiesa, nonostante un talento cristallino, fatica  a carburare e realizza una sola rete. Il club genovese, pertanto, lo gira in prestito in cadetteria, con la maglia del Modena e poi alla Cremonese. Enrico inizia a trovare la porta con regolarità, guadagnandosi il ritorno alla Samp nel 1995. Stavolta, però, deve raccogliere anche l'eredità del Mancio, idolo di sempre della curva doriana. Chiesa non si spaventa ed insieme a Seedorf e Mihajlovic trascina la Sampdoria ad un grande torneo. A fine anno son 22 le reti in Serie A, un bottino che spinge Carlo Ancelotti a fare follie pur di averlo al Parma.
I Tanzi investono così fior di miliardi per portare Chiesa al Tardini, lasciando partire senza patemi un certo Gianfranco Zola direzione Chelsea. In gialloblu matura e conosce alcuni dei più grandi giocatori delgi ultimi anni. Con Thuram, Cannavaro, Buffon, Veron e Crespo danno vita ad una squadra sensazionale. Chiesa è la seconda punta dotata di talento e imprevedibilità che spacca le difese e che può servire quel grandissimo cannoniere che è stato Hernan Crespo.
Con il numero 20 sulle spalle, Chiesa è un giocatore letale negli ultimi 30 metri. Ama venire a prendere il pallone sulla trequarti, per alzare la testa e puntare la porta senza paura. La sua qualità più evidente era il tiro, secco e preciso. Chiesa era in grado di trafiggere i portieri in ogni modo e maniera, da qualsivoglia posizione. Sapeva concludere d'interno sinistro a giro da fuori area, di collo dalla distanza o di fino negli ultimi metri.
Dopo trionfi europei e macro delusioni in terra italica, Chiesa lascia il Parma e passa alla Fiorentina. In Viola trova un certo Gabriel Omar Batistuta, uno degli attaccanti più forti della storia del calcio. L'alchimia fra i due centravanti non si crea, ma con la partenza di Batigol in direzione Roma, Chiesa esplode letteralmente. Con 22 reti in un solo campionato diventa il nuovo idolo del Franchi, che toglie la statua dedicata a Batigol sotto la curva.



Un brutto infortunio ai legamenti, nel 2001, blocca l'ascesa di Enrico Chiesa a Firenze. I 27 goal nelle ultime 35 partite non convincono la Fiorentina, che lo lascia partire per andare alla Lazio. Con i biancocelesti è una toccata e fuga (condita comunque da due reti), prima di chiudere la carriera al Siena.
Come Roberto Baggio e Beppe Signori, in provincia Chiesa trova una seconda giovinezza. I suoi goal e le sue giocate contribuiscono in modo decisivo ad un favoloso quinquennio di A per i bianconeri.
Ritiratosi nel 2010, all'età di 40 anni, Chiesa è stato davvero un giocatore favoloso. In quegli anni l'Italia aveva attaccanti pazzeschi: Totti, Del Piero, Vieri, Inzaghi, Montella, Zola, Baggio... e questo spiega per quale ragione la carriera in Nazionale di Chiesa sia stata meno fulgida di quanto avrebbe potuto essere.
Nonostante tutto, il bomber genovese ha timbrato il cartellino 7 volte in 17 partite, una media niente male, che testimonia la vena da centravanti di razza di Enrico-gol.

Allegri in bilico? Piuttosto investirei sulla difesa

Siamo alle solite. Come l'anno scorso, il pessimo avvio di campionato di Allegri mette il tecnico in bilico. Francamente non credo a questa notizia, tratta da fantagazzetta e scritta da un corrispondente rossonero:

Ebbene si, Allegri è già in bilico. Inasprito a margine delle sue vicende personali, il numero uno rossonero Silvio Berlusconi sarebbe assolutamente nero di rabbia dopo l'esordio con sconfitta di ieri e, non certo raggiante dopo l'1-1 con il quale il suo Milan ha aperto la stagione - quello contro il PSV in Champions, che tiene sulla corda i meneghini anche in Europa - avrebbe dettato l'ultimatum: un'eventuale K.O. nella gara di ritorno contro gli olandesi costerebbe anzitempo la panchina al livornese.

Perché se è vero come è vero che la prima sconfitta stagionale contro il Verona può esser tranquillamente recuperabile tramite il prosieguo del campionato, è anche vero che i trenta milioni derivanti dal superamento dei preliminari europei sono un treno che passa e non torna più: oltre che esser imprescindibili per il rafforzamento a breve termine della rosa, difatti, è la questione blasone che pesa dalle parti di Via Turati.
E se Galliani ce la fece, qualche mese fa, ad avere la conferma di Allegri, adesso le cose sono cambiate. Ed a esser fatale potrebbe essere non solo Verona, ma anche Eindhoven.

Mercoledi il ritorno, che sarà tappa importantissima per lo stesso Allegri. Il Berlusconi furioso del post-Verona è solo poca riba rispetto a quello che potrebbe esser se le cose con i ragazzini terribili di Cocu dovessero andare male. A quel punto, però, si porrebbe anche un problema legato all'eventuale successione. I due 'papabili' Gattuso e Donadoni sono già felicemente accasati, ed a quel punto la rosa dei nomi si stringerebbe ulteriormente: a Inzaghi, adesso alla guida della Primavera rossonera; Rijkaard, libero dopo la parentesi araba e Seedorf, che però è impegnatissimo a guidare, e con successo, il suo Botafogo ai vertici del Brasilerao.


Non ci credo per svariate ragioni. In primis perchè Berlusconi ha altri problemi al momento, non credo che cacciare Allegri possa risolvere alcun problema. Successivamente, se non è stato allontanato lo scorso anno o in estate, difficilmente lo sarà oggi. Infine, che senso avrebbe? Piuttosto sarebbe il caso di investire sul mercato, acquistando gente di qualità soprattutto dietro. In avanti i giocatori ci sono, certo non si può sempre sperare nel rigore o nel guizzo del singolo..

25 agosto 2013

Storie di calcio: Santiago Canizares

Volevo scrivere la storia di un portiere fra i più pazzi e sfigati che io ricordi. Saltare un Mondiale perchè il dopobarba ti taglia il tendine d'Achille è, dal mio punto di vista, il non plus ultra della scarogna.
Stavo approcciando la storia, poi ho scoperto che Elio Goka l'aveva già scritta sul portale Fantagazzetta, e non ho potuto non dar spazio al mio giovane amico e collega.
La sua storia è bella, ben scritta ed appassionante. Impossibile non leggerla!

Capelli ossigenati, schizzati in una pettinatura cyber punk affollata di vertigini. Sguardo allucinato, ma in fondo di bravo ragazzo, con gli occhi fissi come se da un momento all’altro dovessero verificare gli effetti di una burla, di uno scherzo da prete appena compiuto. Un sistema di assi cartesiani mezzo sgangherato dove è meglio non andare a fare i conti e dove è meglio non fissare un punto perché si rischierebbe di non ritrovarlo più al suo posto. L’aria goliardica e scanzonata di uno che è un incrocio di emotività, e che non ha disdegnato di elaborare, talvolta a sue spese, il buio e la luce dello scherzo, qualche volta pure a sua insaputa.

In fondo, carriera lunga e gloriosa, tra i pali del Real campione d’Europa di fine anni ’90 e del Valencia delle meraviglie targato Cuper e poi Rafa Benitez.
Eppure le sue elaborazioni della curiosità di lui dicono di ridicolo e di commozione, di grottesco e di maldestro, ma pure di spontanea umanità.

Con José Santiago Canizares Ruiz non si va per ordine. Per lui l’ordine delle cose non esiste, perché ogni volta che ha creduto di seguirne uno, un minuto dopo gli arrivava l’emendamento imprevisto che gli cambiava la legge guida dei fatti suoi.
A cominciare dalla sua carriera, piena di successi, sì, ma soprattutto piena di sterzate improvvise, nel bene e nel male. I primi anni vissuti nella provincia spagnola del Castilla, dell’Elche, del Merida e del Celta Vigo, prima di cominciare i tre lustri divisi tra la Casa blanca del Real Madrid e il Valencia ancora più bianco di gloria di principio millennio. Titoli a volontà, scudetti, coppe e supercoppe, Champions e nazionale.

Ma per l’allegria e la spensieratezza di José arriva presto l’antidoto che turba la sua figura teatrale. Finale di Champions League 2001, stadio Meazza in San Siro, Milano. Di fronte il Bayern di Oliver Kahn e il Valencia di Canizares, macchina quasi perfetta allenata da Cuper.
La partita è tesa e combattuta, equilibrata e tattica, a tratti noiosa. Si arriva ai calci di rigore e Oliver Kahn ipnotizza più di mezzo Valencia, para tre penalty e regala la coppa ai bavaresi.

Durante i festeggiamenti, Canizares scoppia in un pianto a dirotto che fa presto il giro del mondo. In ginocchio José piange e si dispera come un bambino. La sua chioma bionda rock è il cappello alla delusione. E, in quel momento, l’eroe della serata, il "generale" Kahn, accompagnato da alcuni calciatori del Bayern, si abbassa ad abbracciare Canizares consolandolo invece che pensare di festeggiare. La solidarietà del portiere, la comprensione di chi sa cosa si passa in quei momenti, prendono il sopravvento, e quell’improvvisa cartolina rifà il giro del mondo, al punto da valere a Kahn il premio fair play e a Canizares la corona di campione dal cuore tenero mascherato da pittoresco guascone.
Uno che ha ricevuto botte, testate, che ha fatto il muso duro con Ibrahimovic, intimorendolo come farebbe un Sayan scappato da un cartone animato per fondarsi in un Valencia - Inter ai ferri corti.



Ma la sfortuna del portiere spagnolo, nonostante i tanti successi, si accanisce nuovamente sul numero 1 del Valencia. Alla vigilia del Campionato del Mondo del 2002, José si infortuna nella maniera più singolare possibile. In bagno una bottiglietta di dopobarba gli casca sul piede procurandogli delle lesioni al tendine. Impossibile essere disponibile per il Mundial e Canizares deve restare a casa, a tifare Spagna in tv, la stessa Spagna poi scandalosamente danneggiata nella partita contro i raccomandati coreani.

Le poche soddisfazioni ottenute con la nazionale, gli vengono indennizzate dal grande palmares affollato di trofei tra Real e Valencia, e quando Canizares lascia il calcio, nel 2008 (guarda caso vincendo come suo ultimo trofeo la "Coppa del re"), al pallone inizia subito a mancare. Ma la sua vena imprevedibile non smette di far parlare di sé, anche quando, da “abile” debuttante nella storia di twitter, pubblica le foto osè della moglie nuda nella cabina della doccia. Un marito fotografo con l’inconscio da web reporter di ultima generazione insomma. Ma pure quello è alla Canizares.

Toni e fulmini sul Milan di Allegri. Mexes e Zapata non pervenuti

Esordio amaro per il Diavolo di Mister Allegri, che perde contro la neopromossa Verona al Bentegodi.
Eppure i rossoneri erano partiti bene, andando in vantaggio con un fantastico filtrante di Balotelli per Poli, che ha battuto l'incolpevole Rafael con freddezza.
Ma è sul più bello che il Milan si è sciolto, subendo le ripartenze del Verona e non riuscendo ad arginare Luca Toni. L'ariete emiliano, all'esordio con la maglia del Verona, ha fatto ammattire la difesa del Diavolo, con Mexes e Zapata inermi di fronte a lui.
Dopo appena 14 minuti dal vantaggio del Milan, Toni pareggia. Cross da calcio d'angolo, Toni elude la marcatura e beffa Abbiati sul secondo palo.
Scena analoga nel secondo tempo, quando sul cross di Jankovic l'ariete del Verona beffa una coppia rossonera stralunata. L'epilogo è impietoso, con la palla in fondo al sacco di Abbiati e Toni sotto la curva ad esultare con la mano vicino all'orecchio.

Tutti a questo punto si aspettano la reazione di Balotelli e compagni, ma la speranza dei tifosi rimane vana. Gli uomini di Allegri, nonostante gli innesti di Emanuelson, Robinho e Petagna, non vanno mai veramente vicini al goal, e tornano a Milano con le pive nel sacco.
I tifosi del Verona, stavolta più intelligenti del solito, scherniscono Mario con l'ironia. Si, lo incitano e lo chiamano a modi sfottò, con il risultato di disinnescarlo facilmente.
Tre punti per il Verona, zero per il Milan: la Serie A 2013-14 è partita.

24 agosto 2013

Bale, Ronaldo, Zidane... il re del mercato è il Real Madrid

Trasferimenti galattici. E' il caso di sottolineare questo aggettivo, sia per le cifre folli che son state investite, sia perchè nella classifica degli acquisti più costosi di sempre primeggia, in maniera assoluta, il Real Madrid.
Florentino Perez o Ramon Calderon non è importante, la casa blanca ha negli ultimi anni speso valanghe di milioni sul mercato, acquistando alcuni fra i più grandi fuoriclasse del calcio mondiale.
Con i 109 milioni di Bale, cifra che mi fa rabbrividire solamente a scriverla, abbiamo un nuovo record di spesa per un singolo trasferimento.
Ecco il podio dei più "pazzi" trasferimenti che il mercato ci ha regalato, tutti a Madrid, sarà un caso?

Primo posto - Gareth Bale 109 milioni di euro
Una cifra pazzesca per un grande giocatore. Arriva a Madrid con il titolo di "calciatore più pagato della storia", riuscirà a lasciare il segno anche nella Liga?










Secondo posto - Cristiano Ronaldo 94 milioni di euro
Il carisma non è mai mancato a Cr7, tanto da portarlo ad essere uno dei due migliori campioni del nostro calcio. I soldi investiti dal Real, se lo chiedete alla dirigenza, non sono stati una follia.








Terzo posto - Zinedine Zidane 75 milioni di euro
All'epoca, se consideriamo il tasso di cambio, la cifra era decisamente più alta. 150 miliardi di lire, infatti, corrispondo si a 75 milioni di euro, ma se li rapportiamo all'epoca del trasferimento concorrerebbero con i 109 milioni di euro per Bale.
Zizou fu un colpo sensazionale per il Real e per la Juventus. Ai madrileni regalò un campionissimo che portò titoli e Champions; ai torinesi un budget pazzesco per ricostruire una squadra favolosa.

Nicolas Anelka, una carriera emozionante dall'inizio alla fine

Nicolas Anelka si ritria, anzi no! Come sempre, la carriera del francese è ricca di colpi di scena, a partire fin dai primi vagiti nel calcio che conta.
Ecco come sono andate le cose per il bomber fresco di tricolore italiano, pur non giocando praticamente mai con la Juventus.

17.06 Nicolas Anelka ha annunciato il suo ritiro dal calcio giocato. L'ormai ex centravanti del West Bromwich Albion, uscendo da una sessione d'allenamento, ha informato la sua attuale società. Anelka era arrivato al WBA soltanto ad agosto, proveniente dalla Juventus dove aveva disputato sei mesi senza mai brillare.

Ma poi la smentita: 18.25 Contrariamente a quanto annunciato dai colleghi di Sky Sports, Nicolas Anelka non sarebbe sul punto di ritirarsi. Secondo un giornalista del Birmingham Mail, l'attaccante francese avrebbe chiesto un congedo perché uno dei suoi agenti è morto: "Non era in grado di allenarsi oggi, ha lasciato il centro sportivo ma non ha in mente di ritirarsi", ha precisato Chris Lepkowski, a precisa domanda alla radio di Sky Sports.

Ed ecco il vero motivo, riportato ad Esperto di Calcio direttamente da calciomercato.com:

E' morto l'agente Fifa Eric Manasse, motivo che ha spinto Nicolas Anelka al forfait per la gara del West Bromwich Albion di sabato contro l'Everton. Ad annunciarlo è stato Doug Pingisi, una delle persone che cura gli interessi dell'ex attaccante della Juventus, all'AFP: "No, Nicolas non ha deciso di ritirarsi - le sue parole - ha chiesto un congedo per un motivo personale". Dalla Francia, più precisamente dalle pagine di France Football, fanno sapere che Anelka avrebbe chiesto al WBA un congedo per la morte dell'agente Eric Manasse, morto sabato scorso, persona che assieme ad Antonio Caliendo si occupava, tra le altre, anche dell'organizzazione del Golden Foot. Nella sua carriera, aveva scoperto Cavani al Torneo di Viareggio.

23 agosto 2013

Storie di calcio: Sandro "Cobra" Tovalieri

Una vita spesa per il goal. Questa è la storia di Sandro Tovalieri, detto il Cobra. Uno dei giocatori che più di tutti mi ha sedotto quand'ero bambino.
Movimenti rapidi e cinismo sotto porta, Tovalieri è stato un attaccante di grande talento e straordinaria discontinuità. Cresciuto nelle giovanili della Roma, il Cobra debutta nel calcio che conta con la maglia del Pescara. In cadetteria, nonostante la giovane età, va subito in doppia cifra, ripetendosi l'anno successivo ad Arezzo. Le prestazioni in B gli valgono la convocazione in Under21 ed il ritorno a Roma, dove ritrova il compagno di Primavera Giannini, soprannominato Il Principe per la sua eleganza.
Con i giallorossi non riesce a sfondare, nonostante la buona volontà e la vicinanza con campionissimi del calibro di Cerezo, Boniek ed appunto Giannini. In panchina siede un certo Sven-Goran Erikson, uno che sa vincere e sa fiutare i campioni.
Bene, lo svedese capisce subito che Tovalieri non è un campione, così inizia la peregrinazione del Cobra in giro per l'Italia. Avellino, Ancona, Arezzo, Bari, con cui ritrova la massima serie.



E' però con la maglia della Reggiana e del Cagliari che lo ricordo con entusiasmo, quando in una sola stagione (1996-97) mise a segno ben 16 reti. Mica male per un bomber di provincia, in un campionato dominato da un altro bomber pronto a decollare: Pippo Inzaghi.
Le carriere dei due sono diametralmente diverse, purtroppo per il Cobra. Se Inzaghi finisce alla Juve e fa incetta di titoli, Tovalieri ha l'occasione della vita: la Sampdoria. In blucerchiato ha l'occasione di giocare accanto ad un certo Jurgen Klinsmann, soprannominato "la Pantegana bionda". Nonostante il soprannome non proprio di prim'ordine, il tedesco ha fatto il pieno di titoli e di goal, fra cui spicca il Mondiale 1990 all'Olimpico di Roma.
Ricordo ancora oggi i titoli dei giornali genovesi, sicuri che la coppia d'oro della Samp garantirà grosse soddisfazioni ai tifosi di Marassi. E invece, in nemmeno due mesi Tovalieri-Klinsmann si rivelano una delusione pazzesca.
Con il passaggio al Perugia (in Serie B), di fatto, si chiude la carriera del Cobra, un attaccante di talento che avrebbe potuto sfondare.
Vederlo ora, con le rughe ed in panchina, è un tuffo al cuore. Auguro a Sandrone "Cobra" Tovalieri una carriera da allenatore più gloriosa di quella da giocatore.

Tosi show: "I buuu razzisti a Balotelli? Lui provoca". Ma per favore...

Benvenuti signori e signori ad un'altra magica puntata del Tosi show. Si, perchè il sindaco di Verona, quando si tratta di calcio, non riesce proprio a tenere la bocca cucita.
Dopo aver dichiarato di esser pronto a chiedere i danni alla tifoseria scaligera per il loro comportamento, eccolo scagliarsi contro Balotelli. Già, perchè per quanto abbia difeso la tifoseria veronese, anche lui sa benissimo che a SuperMario riserveranno fischi e dileggio. Ai microfoni di Sportiva ha infatti dichiarato il buon Tosi: "Rassicurare Balotelli? Ci sono due aspetti. Uno della tifoseria, l'altro della società che ha sempre profuso impegno per migliorare il comportamento dei tifosi oltre ai quattro stupidi. Se qualcuno dovesse fare il cretino, sarebbe in minoranza. Se Balotelli provocasse un po' meno, sarebbe meglio".
Siamo seri, signor Tosi, Balotelli non sarà fischiato e dileggiato per le sue provocazioni. O meglio, non solo per quello. In primis lo fischieranno per il colore della sua pelle, lo insulteranno per questo. E' successo a quasi tutti i colored che hanno calcato il prato del Bentegodi, compreso quel Papa Waigo che non indossava una maglia nemica, ma la casacca del Verona. Non nascondiamoci dietro un dito e non iniziamo ad addossare la colpa a SuperMario.
E' vero, Balotelli non è un giocatore semplice. Provoca, aizza la folla ed è uno spaccone. Viene fischiato perchè fa paura, perchè è forte ancor prima che insopportabile. Ma se fosse lui il problema, a Verona non ci sarebbero stati deplorevoli episodi negli ultimi 10 anni. Invece dal "chi non salta è un terrone" di Mandorlini, ai fischi per Morosini, la curva gialloblu ha un campionario di assi nella manica. Come quella della Lazio, abbraccia ideali fascisti e stupidi, esponendo vessilli e bandiere come se ci credessero davvero. Purtroppo, e sottolineo purtroppo, è solo ignoranza. Una volta dicevamo "beata ignoranza", oggi invece io dico "povera Italia".

22 agosto 2013

Storie di calcio: Tomas Brolin

Seconda punta o all'occorrenza ala d'attacco, Tomas Brolin è stato una delle star del mondiale italiano nell'estate del 1990. Giocatore dal talento cristallino e dal dribbling ubriacante, Brolin viene acquistato nel 1990 dal Parma di Nevio Scala. Arrivato in Italia con i galloni del predestinato, Brolin è considerato il vero fuoriclasse del club gialloblu. Insieme al portierone brasiliano Claudio Taffarel, Brolin è il numero 10 in grado di far scattare la scintilla. Nel giro di un paio di stagioni diventa la colonna portante del Parma di Scala, il genio che sa cambiare la partita con una sola giocata. Nonostante giochi in avanti con Melli e Agostini, non proprio due fuoriclasse, Brolin guida il Parma alla vittoria in Coppa Italia nel 1992.
Un successo tanto importante quanto significativo, dato che coincide con l'ascesa dei parmigiani in Italia ed in Europa. I Tanzi, ispirati dalle giocate del genio svedese, iniziano ad investire pesantemente sul mercato.
Il primo grande acquisto è Tino Asprilia, che in coppia con Brolin fa sognare la curva parmigiana. A fine anno, nel '93, Brolin alza la Coppa delle Coppe e l'estate successiva è decisivo anche nella finale di Supercoppa europea contro il Milan.
I due allori europei sanciscono il Parma come nuova grande squadra italiana, al posto delle decadenti Torino e Napoli. Scala ha a disposizione talenti cristallini, potendo schierare un tridente favoloso: Brolin, Asprilia e Zola. E' un attacco formidabile, che fa sognare il tricolore a Parma intera.
Paradossalmente, l'approdo di grandi giocatori a Parma spegne la stella di Brolin. Zola ed Asprilia sono i fuoriclasse del futuro, Brolin inizia pertanto ad esser messo in discussione. I suoi lampi, inversamente proporzionali alle sue soste nelle trattorie della via Emilia, convincono il Parma a cederlo oltralpe, non prima di alzare al cielo la Coppa Uefa.
Brolin, approdato a Parma con le credenziali del fuoriclasse, non è mai riuscito ad imporsi in Serie A. I suoi lampi erano geniali e a tratti imprevedibili, ma rimasero sempre e solo lampi. A Tomas Brolin, almeno alla versione parmigiana, è sempre mancata la continuità che si richiede ai grandi campioni. Zola, Chiesa e Crespo hanno lasciato il segno con la maglia ducale, ma se chiedete a Parma chi è stato il primo grande fuoriclasse con la maglia gialloblu, vi risponderranno tutti: Tomas Brolin.
Imprevedibile ed imperscrutabile, Brolin ha chiuso la carriera in patria, dove ha deciso di intraprendere una nuova carriera. E quale poteva essere se non quella di giocatore di poker, lo sport perfetto per lo svedese volante, dal dribbling ubriacante e dalle finte disorientanti.

21 agosto 2013

Il solito presuntuoso Mexes: "Son bambini, gli spacchiamo il culo"

Il solito spaccone. Mexes non l'ho mai sopportato, come uomo e come sportivo. Calciatore sopravvalutato, difensore mediocre, sportivo sempre sopra le righe e scorretto.
Lui è Mexes, lo stesso che fa a botte in campo, che litiga, che provoca e che non sta mai al suo posto. Son critiche forti, me ne rendo conto, ma rispecchiano la pura e semplice realtà. Dalle liti con Materazzi a quelle con Ibrahimovic e Balotelli, Mexes non è mai riuscito a tenere a freno la lingua e le mani.
A testimoniare la sua totale assenza di sportività, ecco una sua celebre frase prima del match di ieri sera, in cui il Psv "dei bambini", come lo definisce lui, ha fatto sudare più di sette camicie al Diavolo rossonero.



Uno così a me non piace, e son felice che non giochi nella mia squadra. Che se ne stia pure a Milano, in coppia con Boateng e Balotelli, due giocatori del suo calibro sportivo e morale. SuperMario, almeno, è un campione, Mexes invece..
Tatuaggio imbarazzante sul collo, pancetta e occhietto azzurro, Mexes non giocherebbe mai se io fossi il suo allenatore, tanto meno prenderebbe 3,5 milioni di euro l'anno. Fortuna per lui che sono un umile blogger.

20 agosto 2013

Storie di calcio: Julio Ricardo Cruz, El Jardinero

Julio Ricardo Cruz, conosciuto dal grande pubblico per l'esperienza con le maglie di Inter e Bologna, è stato un attaccante formidabile. Soprannominato "El jardinero", è stato spesso accostato al figlio del giardiniere del River Plate. A sfatare questo mito ci ha pensato lo stesso Cruz, che ha raccontato la genesi del particolare soprannome: "Eravamo 3-4 giocatori degli Allievi. Alla fine dell'allenamento ci mettevamo sempre a giocare vicino a un tagliaerba, per divertimento. Qualcuno l'ha visto e dopo il gol contro il Boca Juniors, quando tutti hanno iniziato a chiedersi 'Chi è quel ragazzino?', hanno cominciato a chiamarmi cosi".
Soprannome a parte, Cruz è stato un attaccante meraviglioso, completo e con un senso del goal pazzesco. La prima volta l'ho visto giocare con la maglia del Feyenoord, proprio contro la "mia" Juventus. A Rotterdam, nell'inverno del '97, con una doppietta stende la squadra di Lippi, dapprima sbloccando con un destro sotto la traversa; quindi saltando di forza Paolino Montero, trafigge "cinghialone" Peruzzi con un mancino chirurgico.



In Italia è il Bologna che si accorge di lui per primo, portandolo sotto la Torre degli asinelli nel 2000, dopo 86 gare e 44 reti in Olanda. In coppia con Beppe Signori porta in alto il Bologna e si guadagna una chiamata nell'Inter. A Milano è considerato un jolly offensivo, prima riserva di ogni titolare e, all'occorrenza, l'uomo in grado di cambiare gli equilibri. Fra tutte le squadre, e non poteva essere altrimenti visto l'esordio, la sua vittima preferita è sempre stata la Juventus. Quando vedeva bianconero aveva il "sangue agli occhi", realizzando spesso goal di fattura magnifica.



Destro, sinistro, testa o calcio piazzato, Cruz non aveva alcuna preclusione, tanto da essere un attaccante completo e di massimo affidamento. Cruz, ne sono certo, è stato uno di quegli attaccanti che tutti gli allenatori vorrebbero sempre con sè. Forte, posato e professionale, non fiatava quando doveva andare in panchina e si faceva trovare pronto quando veniva il suo momento.
Spesso ho trattato in questa rubrica giocatori molto particolari, dal carattere fumantino o dediti a vizi poco edificanti per un atleta. Ebbe, Cruz era completamente l'opposto. Un professionista vero, a tutto tondo.
Numero 9 vecchio stile, El jardinero è rimasto nel cuore di tutti i suoi tifosi, e spesso anche degli avversari.

Zarate sfotte i suoi compagni per la sconfitta in Supercoppa - Foto

C'eravamo tanto amati... è la storia fra Zarate e la Lazio, ormai ai ferri corti da più di un anno. La loro unione sembrava calcisticamente molto interessante ma purtroppo, dopo un primo anno scoppiettante, si è rivelata un vero flop, con tanto di lancio di piatti e bicchieri.

Maurito Zarate, fresco di lite furibonda con la sua società, ha deciso ieri di vendicarsi dei laziali irridendo, tramite Twitter, i suoi compagni di spogliatoio.
L’attaccante argentino ha infatti pubblicato su Twitter una sua foto con la Supercoppa Italiana vinta nel 2009 proprio con la maglia della Lazio. Un gesto che di certo non servirà a riavvicinare l’ex numero 10 all’ambiente laziale.



Mezza Roma starà gioendo, l'altra metà lo starà odiando. Quando un rapporto sportivo finisce, meglio chiudere e andare avanti. Chissà se Claudio Lotito, ora, lo avrà finalmente capito o continuerà ad errare. 




19 agosto 2013

Storie di calcio: Renè Higuita

Nel 2009, all'età di 43 anni, Higuita si ritira dal calcio. L'ultima partita è un'amichevole da lui organizzata, in cui effettua la "Mossa dello scorpione" e segna due gol, di cui uno su punizione e l'altro scartando il portiere avversario.
Cosa si può aggiungere parlando di uno dei più spettacolari e divertenti portieri della storia del calcio? Il colombiano Renè Higuita è stato uno di quei miti che ha accompagnato l'infanzia e l'adolescenza di molti di noi. Celebre per la sua "Mossa dello scorpione", Higuita è stato un personaggio mediatico ancor prima che un buon portiere. Dipingerlo come un campionissimo nel ruolo sarebbe deontologicamente sbagliato, ma era impossibile non provare simpatia per lui.
Capelli lungi e sguardo da compagnone, sul suo conto si son diffuse le leggende più disparate. Alla storia sono passate alcune delle sue bravate, come quando nel 1993 fu tratto in arresto perché fece da mediatore in un sequestro senza avvisare la polizia e rimase in carcere per sette mesi; o come quando il 23 novembre 2004 venne trovato positivo alla cocaina in un test anti-doping mentre disputava il campionato ecuadoriano.
Portiere goleador, come i colleghi Jorge Campos e Josè Louis Chilavert, Higuita ha speso praticamente tutta la carriera in Sud America.



Nel 1992 è il Valladolid, in Spagna, a dargli un'occasione. Nella squadra che fu del Magico Gonzalez, Higuita non riesce ad ambientarsi a dovere e dopo due stagioni e poche presenze in campo torna a Medellìn, tra le fila del Nacional. Con il club colombiano vince pressochè tutto, subendo una bruciante sconfitta ad opera del Milan di Sacchi nella finale dell'Intercontinentale.
Grande amico di Diego Armando Maradona, e qui l'associazione con la sua disavventura con la coca non può che emergere forte e chiara, è stato un portiere di straordinaria longevità.
Ritiratosi dal calcio all'età di 43 anni, non si è davvero fatto mancare nulla. Svago, donne, alcool e televisione. Nel 2005, infatti, mentre giocava per il Bajo Cuaca, ha partecipato ad un reality: La isla de los famosos, ne più ne meno che quella boiata di programma che anche in Italia ci propinano.
Idolo dei cafeteros, ha avuto un rapporto controverso con la Nazionale. Per 12 anni titolare inamovibile, ha sulle spalle il peso dell'eliminazione dai Mondiali italiani ad opera del Camerun. In una delle sue celebri scorribande offensive, infatti, Higuita perde palla. Roger Milla gli ruba la palla e deposita in rete a porta sguarnita. In 69 presenze con la maglia della Colombia, segna anche 3 reti.
Compagnone come pochi altri se ne ricordano, ha partecipato ad alcune partite d'addio al calcio. Ovviamente quella del Pibe de oro Maradona, dove non riesce a realizzare il suo celebre gesto acrobatico. Il primo a subire l'onta dello scorpione è Jamie Redknapp, scherzato da Renè nientemeno che a Wembley, uno degli stadi più celebri della storia del calcio.

La parabola discendente dello Zar: Andriy Shevchenko

Ancora mi risuona nelle orecchie la voce di Caressa, che sull'allora piattaforma satellitare Tele+ gridava: "Andriyyyyyyyy Shevchenko!!!". Un calciatore fantastico, un bomber di livello mondiale e, non ultimo, Pallone d'oro.
I tifosi rossoneri rimpiangono ancora le sue giocate, ricordando con gioia e nostalgia le reti e i trofei che il numero 7 ucraino ha portato in dote nel suo periodo meneghino.
In Inghilterra, invece, Andriy Shevchenko è stato un flop, un giocatore che si è espresso ben al di sotto delle sue potenzialità, collezionando solo magre figure e poche reti, attirando su di sè le aspre critiche dei media britannici.

Critiche che continuano tutt'oggi, tanto che il portale givemesport.com lo ha eletto addirittura "peggior acquisto nella storia della Premier League", un riconoscimento ben diverso da quel Pallone d’Oro che il campione di Kiev seppe meritarsi nel lontano 2004. Alle sue spalle, rispettivamente, il francese Steve Marlet (al Fulham tra 2001 e 2003), l’argentino Juan Sebastian Veron (al Manchester United tra 2001 e 2003), l’italiano Massimo Taibi (altro colpaccio dello United nella stagione 1999-2000) e lo spagnolo Albert Luque (al Newcastle tra 2005 e 2007).
Come si può ben capire, una classifica che ha due dei primi tre giocatori del tutto inaspettati. Sheva e Veron son stati due campionissimi, in Italia come in Nazionale. Se in Inghilterra, per demeriti loro o limiti del torneo, non gli hanno capiti, io dico: "peggio per loro".

18 agosto 2013

Dallo stadio all'edicola: Torino-Pescara

Dal nostro inviato all'Olimpico di Torino per Toro-Pescara: 

Il Torino è già fuori dalla Coppa Italia. E’ questo il verdetto dell’incontro andato in scena all’Olimpico, che ha visto la vittoria esterna del Pescara per due reti ad una. Per essere una gara di metà agosto si è vista una certa intensità atletica ed una buona disposizione tattica, ma, come accade troppo spesso ultimamente, lo spettacolo è stato misero.
Un Torino che è partito in modo aggressivo e deciso ad intascare la qualificazione, ma che è andato via via  calando nel corso dei novanta minuti e nonostante un finale arrembante non è riuscito ad avere la meglio contro una avversaria che disputerà il prossimo campionato di serie B.
Pasquale Marino ha presentato una squadra ordinata, con il classico 4-3-3 tutto ripartenze e gioco sulle fasce. Sugli scudi un ottimo Bjarnason, che se venisse confermato nonostante le voci di mercato potrebbe essere un valore aggiunto nel campionato cadetto.
Le reti di Maniero e Ragusa sono entrambe di pregevole fattura: la prima ha visto il centravanti scuola Juventus infilare la difesa granata con uno slalom multiplo culminato con la finalizzazione in rete, la seconda è un tiro dalla media distanza abbastanza angolato che ha visto colpire il palo, entrare in rete e poi rientrare in campo. La coppia Massa-Galloni non si è rivelata il massimo della tempestività nella convalida del gol e questo ha scatenato le inutili e pretestuose proteste dei padroni di casa.
Tra le due reti ospiti il Torino ha risposto con un gol in pallonetto di Ciro Immobile, il più pimpante dei suoi.
Personalmente ritengo che le motivazioni di questa sconfitta siano rintracciabili nel modulo adottato da mister Ventura, che dopo avere proposto per anni un fruttuoso 4-2-4 ha deciso di passare ad un 3-5-2 dove l’impostazione del gioco parte dai difensori, con i due esterni di centrocampo che scalano sulla linea dei difensori in fase di non possesso palla, un regista arretrato e le due mezzali ad inserirsi.
Diciamolo chiaramente: Ventura non ha giocatori tecnicamente adatti a questo tipo di gioco.
Glik, Rodriguez e Moretti non hanno le capacità tecniche e la rapidità mentale per potere impostare una azione, e sono andati molte volte in difficoltà quando il Pescara ha deciso di pressare alto.
D’Ambrosio e Darmian si sono diligentemente sacrificati in fase difensiva, ma hanno perso efficacia in fase offensiva. Bellomo ha delle qualità, una buona visione del gioco e dinamicità, ma non è tagliato per fare il regista, troppo impreciso e inesperto. Brighi potrebbe essere invece una buona opzione per il ruolo, anche se è apparso ancora abbastanza imballato dai carichi della preparazione estiva.
Farnerud ha grandi mezzi fisici, ma non si è ben capito quali siano le sue caratteristiche. El Kaddouri quando è entrato nel ruolo di mezzala ha deluso parecchio, credo che sia il ruolo migliore per lui potrebbe essere sulla fascia, mentre Basha nonostante il gol divorato nel finale non ha demeritato.
In avanti Immobile e Larrondo faticano a trovare l’intesa, giocano troppo vicini e non riescono ad aprirsi gli spazi a vicenda, ma l’ex centravanti del Genoa è stato il migliore in campo per i granata, dimostrandosi sempre attivo nel cercare la profondità e la giocata cercando il movimento più intelligente. Cosa che non ha fatto il deludente Larrondo, sostituito con Cerci, il quale dopo anni come attaccante esterno è stato riproposto come seconda punta, ruolo che ricopriva alle spalle di Corvia nella primavera della Roma. Credo che se Ventura continuerà a proporlo in questo ruolo, le speranze di Cerci nella convocazione per il mondiale si affievoliscano notevolmente.

Attualmente il Torino è alla ricerca di un esterno sinistro e di un portiere: il primo è assolutamente una necessità, mentre per il secondo non sono così d’accordo, in quanto una chance a Padelli la si dovrebbe dare. Ottimo coi piedi, deve ritrovare il ritmo partita e il riflesso che si ha solo giocando.
Ventura a fine partita dichiara “Questa è stata una serata importante perchè ci dà l'opportunità di analizzare quanto fatto di buono e meno buono. Molti degli errori commessi sono facilmente eliminabili, su altri ci lavoreremo con costanza. Alla sconfitta si potrebbero trovare molte giustificazioni, abbiamo molti giovani e diversi innesti stranieri in rosa, ma non è questo il punto: noi lavoriamo per costruire e dunque occorre tempo”. Ma il tempo è quasi finito, il campionato è alle porte.

17 agosto 2013

Storie di Calcio: David Seaman

Baffone e stempiatura. Ho sempre associato David Seaman ad un pescatore e alle buonissime fisherman's friend, eppure ho scoperto che in tanti hanno amato il portiere di Rotherham.
E' più forte di me, la scuola inglese non può minimamente essere presa in considerazione quando parliamo di portieri. L'unico degno di nota, almeno da quando ricordo il calcio d'oltremanica, sono due grandissimi del passato: Gordon Banks e Peter Shilton. E sto parlando di un classe 1937 e un 1949, insomma non due di primissimo pelo.
Per chi come me è nato negli anni '80, la maglia numero 1 dell'Inghilterra ha sempre e solo vestito portieri di dubbia provenienza.
David Seaman è stato un'istituzione, guidando i Leoni Indomabili dal 1988 al 2002, vestendo anche la fascia di capitano. Una delle classiche ingiustizie del calcio, perchè Seaman lo avrei visto meglio sulla riva di un lago, con la canna da pesca nella mano destra ed una birra ghiacciata nella sinistra.



Sto estremizzando, ma se pensiamo che la sua eredità fu raccolta da un certo James, soprannominato non a caso Calamity, il mio pensiero inizia a prendere forma. 
David Seaman è stato un portiere molto più spettacolare che efficace. Ricordo come se fosse ieri le sue uscite alte, con la palla che veniva abbrancata e accompagnata fra le sue manone ed il suo petto. Ricordo però, con altrettanta nitidezza, gli errori di posizione e le corte respinte. Nessuno potrà mai negare la sua spettacolarità fra i pali, fatta di mosse feline e salti acrobatici. Eppure la sua carriera è stata un successo, si è snodata fra Birmingham, QPR ed Arsenal, con cui ha riportato i maggiori successi. Tre Premier, quattro FA cup ed una Coppa delle Coppe, insomma un bottino di tutto rispetto. Ma non ci posso fare nulla, a me Seaman non è mai piaciuto, e come lui i vari James, Robinson e Joe Hart, che attualmente difende la porta di sua maestà la regina. 

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