Esperto di Calcio

2 dicembre 2013

Storie di calcio: per non dimenticare, Perugia v Juventus

“Il campo era davvero impraticabile. Conte diceva che la palla non rimbalzava e aveva ragione, ma al minimo rimbalzo io dicevo: ecco, rimbalza! Ricordo che anche l’anno prima eravamo stati arbitri dello scudetto, con quel Perugia-Milan 1-2 che lo consegnò ai rossoneri a discapito della Lazio: fummo sbattuti in Giappone per punizione e non ricevemmo alcun premio salvezza. Insomma non volevamo fare la stessa fine e poi Gaucci ci telefonava ogni giorno, faceva pressioni: diceva che Perugia-Juventus avrebbe cambiato la nostra vita nel bene o nel male”.
Le parole di Renato Olive lasciano spazio a pochi dubbi. L’ex capitano del Perugia, nel corso di una puntata de “La tribù del calcio”, ricorda quel pomeriggio umbro, in cui la partita più importante dell’anno si giocò su un campo allagato, impraticabile. Un match dall’andamento folle, un pomeriggio teso come pochi ne ricordo in Serie A. Le squadre asserragliate in spogliatoi allagati, gli inservienti che foravano il campo nel tentativo di drenare qualche millilitro d’acqua. Un milione di laziali a Roma con il fiato sospeso, di cui settantamila all’interno di uno stadio Olimpico più simile al Colosseo che ad un tempio del calcio. Una situazione surreale, che non potrà mai essere dimenticata.
Lazio e Juventus son le grandi favorite per lo Scudetto. Ancelotti, succeduto a Marcello Lippi sulla panchina bianconera, ha come unico obiettivo quello di riportare a Torino il tricolore. La società gli ha messo a disposizione una squadra molto competitiva, rinforzando un gruppo già solido con Gianluca Zambrotta, Edwin van der Sar, Sunday Oliseh e Darko Kovacevic. Accanto a loro i campioni di lungo corso che la Vecchia Signora può vantare, gente come Del Piero, Zidane, Conte, Inzaghi e Davids. La stellina francese Thierry Henry, dopo appena sei mesi, è invece “scaricata” all’Arsenal, nonostante la ferma opposizione di Carletto Ancelotti. E’ lo stesso Henry a svelare il retroscena in un’intervista a Football Illustrated, dove dichiara: “La Juve ha voluto così, loro volevano acquistare Marcio Amoroso, l’Udinese voleva me come contropartita. Mi rifiutai, perché questo significava mancanza di fiducia nei miei confronti. Ho chiesto di andare, loro sono stati d’accordo. L’allenatore non voleva cedermi, nè lasciarmi andare in prestito. I dirigenti, invece, la pensavano in un’altra maniera. I giocatori sono stati grandi, mi hanno chiamato tutti, quando sono partito. Ancelotti pure”.
I biancocelesti di Eriksson, smaltita la delusione per lo Scudetto perso sul filo di lana in favore del Milan, si ripresentano ai blocchi di partenza con una squadra rinnovata. Ivàn de la Peña e Christian Vieri vengono ceduti, ma il presidente Cragnotti fa le cose in grande, mettendo a disposizione del tecnico svedese alcuni grandi giocatori. Juan Sebastiàn Veròn e Diego Simeone si vanno ad aggiungere ad una rosa calciatori di livello mondiale con nomi del calibro di Nesta, Bokšić, Salas, Sérgio Conceição, Pavel Nedvěd e Siniša Mihajlović.
La sfida appare fin da subito esaltane e le due compagini iniziano a duellare dalla prima giornata. La solidità della Juve di Ancelotti è strabiliante. Una squadra assai poco spettacolare ma impenetrabile in difesa. Eriksson ha invece plasmato una formazione a trazione anteriore, capace di segnare goal a raffica ma un pò incostante nei risultati. La sconfitta nel derby, qualche pari di troppo ed una difesa ballerina portano la Lazio ad essere nove punti dietro la Juventus a otto giornate dal termine. I giornali hanno già virtualmente cucito lo Scudetto sul petto della Juventus, ma non hanno fatto i conti con l’oste.
Sul più bello i bianconeri, infatti, iniziano ad arrancare. Nella fresca notte meneghina, al cospetto del Milan, la Juve ha la prima di una serie incredibile di botte d’arresto. E’ Schevchenko a far capitolare i torinesi, ridando speranza ad una Lazio capace di ribaltare il risultato nel derby con la Roma, grazie a due magie di Nedvěd e Veròn nel giro di tre minuti.
La settimana successiva, al Delle Alpi, è in programma proprio lo scontro diretto fra le due contendenti. La Juve parte forte, ma trova sulla sua strada un Ballotta in serata di grazia. Gli avanti bianconeri spingono e concludono con foga, ma davanti alla linea di porta sembra essere eretto un muro. Al 65’ Ciro Ferrara si fa espellere per doppia ammonizione. Nemmeno il tempo di ridisegnare la Juventus che per Ancelotti arriva una doccia ghiacciata. Sulla punizione seguente, infatti, El Cholo Simeone incorna di testa e spedisce il pallone laddove un Van der Sar ombra di sè stesso non arriverà mai. Il campionato è ufficialmente riaperto.
La contesa continua sul filo dell’equilibrio, del rasoio. I bianconeri inciampano a Verona sotto i colpi dell’ex discepolo Cammarata; la Lazio si fa acciuffare a tempo scaduto da Batistuta, che fa un favore agli eterni rivali torinesi. A 180’ dalla fine di un campionato tiratissimo i romani sono indietro di due punti. Nella trasferta di Bologna hanno la meglio su di un lodevole Bologna; la Juventus vince di misura contro il Parma con un goal di Del Piero, il primo su azione dopo più di un anno. La vittoria, però, passa alla storia per la polemica fra Fabio Cannavaro e l’arbitro De Santis, che annulla una rete di testa del campano per un fallo su Kovacevic. La decisione, che scatena tutti i moviolisti dello Stivale, accompagna la settimana più rovente, quella appunto di Perugia-Juventus.
Con due punti di vantaggio sulla Lazio gli uomini di Ancelotti si avvicinano alla partita di Perugia con la testa piena zeppa di dubbi. Gli umbri hanno un presidente romano, Luciano Gaucci, che intima ai suoi ragazzi di giocare alla morte. Giusto così, il campionato va onorato fino in fondo ed i biancorossi giocheranno una partita ben oltre i limiti dell’agonismo. Dopo le polemiche contro il Parma, i designatori mandano al Curi quello che unanimemente è considerato il miglior fischietto italiano, Pierluigi Collina. La Lazio, invece, se la deve vedere contro una Reggina già salva, che si presenterà a Roma con le infradito già indosso. La partita vera, per i romani, si gioca però qualche centinaio di kilometri più a sud, a Perugia.
Le due partite partono in contemporanea, onde evitare spiacevoli situazioni. La Juve di Ancelotti attacca ma in maniera disordinata e inefficace. I bianconeri sono contratti, giocano bloccati da una tensione evidentissima. Del Piero e Zidane provano a inventare, ma le asfisianti marcature perugine bloccano le loro iniziative. Materazzi, Calori, Milanese e Giovanni Tedesco pressano e marcano con straordinaria efficacia. I torinesi sembrano intimoriti a vincere ed il primo tempo va in archivio con poche occasioni ed una fastidiosa pioggia che, negli ultimi minuti, inizia a farsi sempre più fitta. Di contro, a Roma, la partita è già chiusa. Due calci di rigore consentono a Simone Inzaghi e Juan Sebastian Veròn di indirizzare una partita dal risultato ormai scritto. Orecchie e attenzione son tutte rivolte a Perugia, dove l’acqua dal cielo si sta rapidamente trasformando in una tempesta biblica.
Nei quindici minuti d’intervallo il campo da gioco si trasforma in una piscina olimpionica. Raramente ho visto in vita mia così tanta acqua cadere dal cielo, con violenza e inaudita efficacia. Il campo è un enorme pozza, con inservienti particolarmente “minuziosi” che drenano l’erba con rastrelli ed aste appuntite. L’input arrivava ovviamente dal presidente Gaucci, le cui parole prima della partita sono state riportate da Eurosport con cristallina semplicità: “Prima della partita minacciai i miei giocatori - ricorda - se non avessero battuto la Juventus, io sarei dovuto scappare da Roma, ma loro se ne sarebbero andati per 3 mesi in Cina in tournée. E al designatore durante il diluvio dissi: sia chiaro che se sospendete questa partita, io non la gioco mai più”.  
Su tutti i campi di A, intanto, si riprende a giocare. In Umbria la situazione è disperata, i giocatori non riescono nemmeno ad uscire dagli spogliatoi e Collina non fa riprendere il gioco. A Roma è arrivata la notizia, così anche la Lazio non vuole tornare in campo. La Lega Calcio, nelle figure dei suoi delegati, cerca di gestire la situazione, ma i minuti passano. Dopo circa quaranta minuti la pioggia inizia a farsi meno intensa. Collina fa un sopralluogo sul campo, armato di ombrello griffato Selex, lo sponsor perugino. Il pallone non si alza di un solo millimetro, ma cade nelle pozze come fosse il proiettile di un cannone. All’Olimpico, intanto, gli animi si scaldano. Tanto negli spogliatoi quanto in tribuna la pressione è enorme. L’arbitro, onde evitare scontri, decide di far riprendere la partita. La Lazio giochicchia, la Reggina è completamente ferma. Simeone chiude il match dopo una manciata di minuti, e tutta Roma si ferma a capire cosa stia succedendo a Perugia.
Capimmo subito che la partita non sarebbe mai stata rinviata per paura che da Roma arrivassero i laziali e scoppiassero disordini . In settimana avevamo ricevuto attacchi durissimi, erano tutti contro di noi”. Antonio Conte prova a far valere le sue ragioni, prova a dimostrare che quel secondo tempo non si sarebbe dovuto giocare. Olive e Materazzi pressano Collina, la partita dev’essere giocata. Il fischietto non sa francamente che pesci prendere, parla al telefono, scruta il cielo e spera che si possa riprendere. Dopo oltre un’ora di attesa, con i tifosi della Lazio ormai sul prato dell’Olimpico, la decisione: si gioca.
Milan Rapajc ricorda quel secondo tempo ai microfoni di Radiosei: “Ricordo una partita dove potevamo giocare anche a pallanuoto per la quantità della pioggia caduta.  Mazzone era un grande allenatore, ci caricava al 100% prima di ogni partita, anche prima di quella gara dove tutti ci davano per spacciati. Alla fine abbiamo fatto il nostro dovere e meritato la vittoria. Materazzi? E’ sempre stato un grande tifoso della Lazio, quel giorno ci teneva particolarmente a vincere contro la Juventus”. La partita riprende, con giocatori freddi e mentalmente destabilizzati. Il Perugia non ha nulla da perdere e gioca sciolto; la Juventus, se prima era bloccata, torna in campo letteralmente paralizzata. Dopo quattro minuti un lancio in area da calcio di punizione viene respinto goffamente da Conte. Il colpo di testa del capitano è debole e sbilenco, il pallone finisce sui piedi di Calori che calcia di destro in fondo al sacco. Di lì in avanti non si capisce più nulla, la Juventus spinge con la sola forza della disperazione, scontrandosi contro il terreno zuppo ed un bravo Mazzantini.
Gianluca Pessotto, giocatore di straordinaria sportività, compie un gesto favoloso. Sotto di un goal, con lo Scudetto che gli scivola dalle mani, regala una rimessa al Perugia. Il guardalinee assegna un throw-in in zona d’attacco ai bianconeri, ma Pessotto fa cenno a Collina di averla toccato per ultimo e cede il possesso palla. Un bellissimo gesto di sport, fatto in un momento drammatico.
Ancelotti le prova tutte, manda in campo Kovacevic e Zambrotta, con quest’ultimo che in sette minuti riesce a farsi cacciare per somma di ammonizioni. Il cambio della disperazione è Juan Eduardo Esnaider, che non si riscatta e si conferma il carneade che a Torino tutti ricordano ancora oggi. La Juventus è sconfitta, in una partita che non si sarebbe dovuta giocare. Non perchè le condizioni del campo non fossero le stesse per tutti; non perchè la squadra più tecnica veniva penalizzata, ma per un semplice motivo.

La verità è che la Juve avrebbe dovuto andarsene, invece siamo rimasti lì alla merce' di chi decideva e quando siamo scesi in campo non c'eravamo più.Collina? Sicuramente parlò al telefono con qualcuno: di chi si trattasse, non lo sapremo mai. Dico solo che da regolamento la sospensione non può durare più di 45 minuti: Collina invece aspettò quasi il doppio”. Già, nello sport le regole sono importanti e la Juventus, e Moggi, lo capiranno ben presto a loro spese. 

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