Esperto di Calcio

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31 ottobre 2012

This is football. Istant replay, no grazie

foto di repubblica.it
Moviola sì, moviola no, moviola forse. Ogni anno la stessa tiritera esplode fragorosamente dopo qualche giornata di campionato. Tralasciando gli "urlatori della domenica" che ormai da decenni cavalcano questo tema per fondarci una carriera giorlastica o presunta tale, cercherò di affrontare il problema in maniera razionale.
Si sente spesso dire che l'impiego della tecnologia nel calcio aiuterebbe gli arbitri e diraderebbe le polemiche, come accaduto nel tennis. Ecco, proprio partendo dall'analisi di questo sport mi sembra giusto fare delle considerazioni. Il tennis è lo sport che meglio si presta all'impiego di un supporto computerizzato. L'hawkeye, introdotto nel 2006, è basato sul principio della triangolazione. Usando immagini prese da angoli diversi del campo di gioco, si riesce a determinare l'esatto punto di rimbalzo della pallina. I giocatori, una volta che la palla viene chiamata in o out, hanno la possibilità di chiedere la verifica, confermando o sconfessando la decisione presa dal giudice di sedia o da quello di linea. Perchè è tanto semplice ed efficace nel tennis? Semplicemente perchè parliamo di uno sport ricco di tempi morti, che non è stato snaturato bensì migliorato e perfezionato. Per quanto preciso, anche questo sistema non è perfetto al 100%. La Hawk-Eye Innovations (http://www.hawkeyeinnovations.co.uk/) indica infatti che il sistema ha una media d'errore di 3.6 millimetri. Siamo sicuri che le polemiche nel calcio si spegnerebbero del tutto? Io non ne sono poi così certo.
Certo, impiegare questo sistema in occasione dei goal "fantasma" può essere un'idea, tanto che la Fifa ha deciso di sperimentarlo durante il prossimo campionato del mondo per club. 7 telecamere, montate strategicamente dietro ogni porta, ricostruiranno la posizione esatta del pallone e permetteranno di capire in pochi istanti se la palla ha varcato o meno la linea di porta. Una scelta saggia e condivisa dall'intero movimento calcistico mondiale. Il sistema sarà applicabile solo ad alti livelli (come nel tennis) ma risolverà in maniera pressapoco definitiva il mistero del "goal non goal".
Uefa e Fifa non sono certo sprovvedute e ci sono ragioni più che valide per cui la moviola in campo sui fuorigiochi e falli non è mai stata nemmeno presa in considerazione. L'impiego dell'istant replay per i goal annullati, infatti, derimerebbe i dubbi su quelle azioni che si concludono rapidamente o perchè nessuno si è accorto che il guardalinee ha sbandierato. E tutte le volte che un attaccante è fermato in off side davanti alla porta? Anche quello è un potenziale goal annullato, non ha meno valore. E le reti non convalidate per un errore dell'arbitro? Anche in quel caso si dovrebbe consultare il replay e decidere di conseguenza. Penso al goal annullato nel derby di Milano a Montolivo, con il gioco che viene fermato quando la palla era già destinata all'incrocio dei pali.



E i falli in area o al limite? Dovremmo star li a valutare l'entità di una spinta da un replay? Con allenatori e panchine che sbraitano le proprie ragioni nelle orecchie dell'arbitro? Impossibile.
Quante volte dovrebbe essere fermato il gioco, nove?dieci? Assurdo. Significherebbe snaturare lo sport e destituire di ogni potere i guardalinee e l'arbitro. Le decisioni che devono prendere sono davvero difficili, non è demagogia. Guardare allo stesso tempo il movimento dell'attaccante e del difensore senza perdere d'occhio il momento in cui parte la palla è già di per sè un'impresa. Se a questo aggiungiamo che devono anche essere perfettamente in linea con chi sta per ricevere la palla il coefficiente di difficoltà si alza ulteriormente. 
























Ci sono stati casi di errori clamorosi nella storia del calcio, ma è fisiologico. Se andassimo ad analizzare ogni singola partita nei suoi dettagli troveremmo decine di errori. Prendiamo un paio di esempi tanto per chiarire. Domenica a Firenze viene annullato un goal a Mauri. Una situazione di gioco abbastanza semplice, errore umano, niente da dire. Le polemiche sono montate ma si sono sopite piuttosto rapidamente. Eppure quel goal avrebbe realmente cambiato la partita. La Lazio si sarebbe trovata sull'1-1 in parità numerica e giocando meglio della Fiorentina.
A Catania è invece scoppiato il putiferio. Arbitro, guardalinee, quarto uomo, giudice di porta, un pastrocchio totale. Il goal di Bergessio, regolarissimo, viene prima convalidato. Poi il quarto uomo dice all'assistente che dopo il tocco di testa in area ve n'è stato un altro di Lodi con la coscia, in mezzo all'area. Maggiani a quel punto torna sulla sua decisione e cambia idea, goal annullato. Urla, spintoni, liti. 50 secondi di puro delirio al Massimino, che certo potevano essere evitato con la moviola in campo. O più semplicemente se il guardalinee avesse giudicato fuori la palla sulla stessa azione, pochi istanti prima del cross che ha portato Bergessio a battere Buffon.



Due torti non fanno giustizia, ma sono lo specchio di quanto sto sostenendo. Parliamo di "aria fritta". L'errore umano è parte integrante di questo gioco, come accade in Italia succede nel resto d'Europa ed in Champions League. Quante polemiche ci sono state dopo Barcellona-Chelsea o Barcellona-Inter? Quante in Inghilterra dopo Chelsea-Uunited di domenica? Certo i risultati possono anche essere falsati in singoli casi e avvenimenti, ma su un torneo lungo 34-38 giornate gli errori non sono mai così determinanti. Alla fine vince la squadra più forte, solo noi italiani non ce ne rendiamo conto. Il malsano e perverso gusto per polemica e sospetto, che contraddistingue la nostra società e la nostra informazione, ci sta ofuscando le menti. Godiamoci questo sport, con i suoi pregi e i suoi difetti. Gioiamo per un goal e disperiamoci per un fuorigioco inesistente; parliamone con gli amici e discutiamone. Il calcio, nella sua essenza più pura è anche e soprattutto questo: un forte aggregatore sociale. Non trasformiamo il gioco più bello del mondo in qualcosa che non è. Godiamocelo ed amiamolo, come hanno fatto i nostri nonni, i nostri padri e, mi auguro, faranno i nostri figli.



                                                                                                                                           

Il nuovo profeta danese: Andreas Retz Laudrup

tratta da telegraph.co.uk
Proveniente da una famiglia di grandi calciatori, il destino di Andreas Retz Laudrup non poteva che essere su un campo da calcio. Figlio del mito danese Michael Laudrup, Andrea nasce a Barcellona il 10 novembre 1990. In famiglia è ben presto instradato al mondo del calcio, seguendo le orme non solo del padre, ma anche dello zio Brian, altra istituzione del calcio danese.
Trasferitosi in Danimarca ancora in tenera età, Andreas cresce nelle giovanili del Søllerød-Vedbæk, squadra dei sobborghi di Copenaghen. A 17 anni si trasferisce al Real Madrid, militando un anno nelle giovanili della squadra Merengue. A Valdebebas cresce molto, come uomo e come calciatore, tanto che nel 2008 si sente pronto per il debutto nel calcio dei grandi. L'opportunità gliela da il Nordsjaelland, società danese militante nel massimo campionato. Il giovane Laudrup si ritaglia progressivamente i suoi spazi. Dopo l'esordio il 23 aprile 2009, nella sconfitta casalinga con il Brøndby, seguono maggiori presenze e responsabilità.
Nella stagione 2009-2010 contribuisce alla vittoria della Coppa di Danimarca, realizzando anche la sua prima rete fra i professionisti. L'anno seguente la conferma in Coppa e la prima affermazione in campionato. Lo scudetto danese regala al Nordsjaelland non solo fama e notorietà, ma anche la possibilità di partecipare alla Champions League. Nella massima competizione continentale per club, Laudrup esordisce il 19 settembre di quest'anno.
Punto fisso delle nazionali giovanili danesi, Andreas Laudrup è un giocatore di talento. 175cm per 61kg di peso, è un centrocampista dinamico e dotato di un'ottima tecnica di base. Nel corso della gara casalinga contro la Juventus mette in mostra tutto il suo repertorio, regalando geometrie e ordine tattico. Nonostante i suoi 21 anni, mostra una maturità calcistica non indifferente. Visione di gioco e senso della posizione fanno di Laudrup un mediano da non perdere d'occhio. Forse non avrà una carriera come quella del padre, ma non è utopistico pensare a lui come il nuovo regista della nazionale danese ai Mondiali di Brasile 2014. Il commissario tecnico Morten Olsen lo sta seguendo da vicino e la convocazione non dovrebbe tardare ad arrivare.



Carling Cup: 120 minuti di ordinaria follia per i Gunners

tratta da arsenal.com
L'Arsenal regala ai suoi tifosi una partita memorabile, indimenticabile. Sotto quattro a zero sul campo del Reading, riesce a riportarsi sul 4-4 all'ultimo istante. A chi pensava che lo spettacolo fosse finito, Reading e Arsenal hanno risposto nei supplementari. Vantaggio Gunners e pareggio dei Royals che fissa il punteggio sul 5-5. Nel recupero però Theo Walcott e Maraouane Chamack fissano il risultato finale sul tennistico risultato di 5-7.

Video:

30 ottobre 2012

Il nuovo Radamel Falcao parla argentino: Luciano Dario Vietto

tratta da http://mundod.lavoz.com.ar
Luciano Dario Vietto nasce a Balnearia (Argentina) il 5 dicembre 1993. 173 cm per 68 kg di peso, Vietto è un attaccante rapido e tecnico. Cresciuto calcisticamente nell’Independiente de Balnearia, nel 2010 viene acquistato da Racing Club de Avellaneda, club nel quale milita e con cui ha esordito in campionato. Soprannominato “El Chico” per via della sua giovane età, Vietto è in grado di giocare da trequartista o come seconda punta. Rapido, sgusciante e completo tecnicamente, il giovane argentino è un giocatore completo. Abile sia in fase d’attacco che in fase di non possesso palla, è stato recentemente paragonato a Radamel Falcao, attaccante colombiano in forza all’Atletico Madrid. Il paragone non è casuale. Il primo allenatore di Vietto, infatti, è stato quel “Cholo” Simeone che sta facendo le fortune del bomber di Santa Marta. Proprio l’allenatore ex Catania ha regalato a Vietto l’esordio in prima squadra, contro il Lanus il 27 ottobre 2011. Da quel momento l’ascesa del giovane centravanti è stata tanto improvvisa quanto costante. La sua visione di gioco, unita ad un innato senso del goal, lo hanno portato a realizzare la prima rete nel settembre del 2012. Nella partita fra Racing Avellaneda e San Martin, Vietto mette la sua firma, e che firma. Al quarantesimo del primo tempo sblocca la partita, regalando il vantaggio ai suoi. Non pago di quest’impresa si prende sulle spalle la squadra, realizzando una fantastica tripletta all’età di 18 anni. Nessuno in Argentina era stato tanto precoce. Con la maglia biancoazzurra del suo club ha fino a questo momento collezionato 10 presenze (non tutte da titolare) con uno score di 4 reti, niente male per un classe ’93. Le sue giocate e la sua personalità hanno attirato l’attenzione di molte grandi squadre. River Plate e Boca Juniors lo monitorano da vicino, ma sono le squadre europee le più interessate a lui. Liverpool, Juventus e Real Madrid lo stanno braccando da tempo. Proprio i torinesi sembrano i più interessati al giovane bomber argentino, tanto che alcuni osservatori sono stati visti al Juan Domingo Peron più di una volta. Il paragone con Radamel Falcao è senza dubbio pesante ed esagerato, ma testimonia quanto gli addetti ai lavori considerino questo giovane talento. La valutazione data dal suo club di appartenenza è di circa 5 milioni di euro, ma prima di giugno è escluso che il ragazzo lasci l’Argentina. Il prezzo è senza dubbio intrigante, se pensiamo alle valutazioni date a giocatori come Lucas Moura, Neymar, Oscar, Ocampos o Hazard. In tanti sono pronti a scommettere su Vietto, speriamo di vederlo presto in Italia.

Calciomercato Juventus: Lewandowski, Llorente, Huntelaar. Tre personaggi in cerca d'autore

tratta da: calciomercatoweb.it 
La Juventus ha bisogno di un grande attaccante, inutile nasconderlo. La squadra di Conte è un meccanismo quasi perfetto, che difetta però nei 16 metri finali. Vucinic e Giovinco sono due ottimi elementi, ma non sono mai stati dei killer d'area di rigore. Quagliarella, Matri e Bendtner stanno via via dimostrando tutti i loro limiti: buoni calciatori sì, campioni no.
Beppe Marotta e Fabio Paratici stanno da tempo sondando il mercato alla ricerca di un giocatore che possa garantire quei 25-30 goal a stagione che farebbero fare il salto di qualità ai bianconeri. Scartati i sogni Cavani, Falcao e Balotelli, troppo costosi, la rosa dei candidati sembra restringersi a tre-quattro nomi.
Il primo è certamente Fernando Llorente. Classe 1985, l'ariete basco potrebbe essere il perfetto terminale offensivo della Juventus. Forte fisicamente, tanto da esser soprannominato "il toro di Pamplona", ha nel gioco aereo il suo punto forte. A discapito di una struttura fisica imponente, però, anche i piedi son tutt'altro che ruvidi. Reduce da tre stagioni fenomenali, impreziosite con 71 goal, si è laureato campione del mondo e d'Europa con la Spagna. I bianconeri hanno cercato di portarlo a Torino in estate, forti del suo contratto in scadenza a giugno 2013. L'Athletic Bilbao ha però declinato un'ottima offerta da 18 milioni di euro, preferendo punire l'attaccante che si rifiuta di rinnovare il contratto con il club basco. A gennaio potrebbe essere un'opzione praticabile, qualora i "Leones" accettassero di scendere a più miti consigli. Non si dovesse trovare un accordo con gli spagnoli, Llorente potrebbe essere una pista low cost per giugno, quando si presenterebbe a Torino a costo zero all'alba dei 28 anni.
Altra alternativa low cost è Klaas-Jan Huntelaar, attaccante olandese in scadenza giugno 2013 con i tedeschi dello Schalke04. Reduce da 67 reti in poco più di due stagioni, Huntelaar è certamente il prototipo dell'attaccante da area di rigore. Soprannominato "il cacciatore", è un centravanti che vive per il goal e che ne ha sempre fatti, in tutti i campionati in cui ha giocato. Andando a scadenza di contratto ed essendo già stato impiegato in Europa dal club teutonico, sarebbe un grande acquisto per giugno. Classe 1983, potrebbe sbarcare in Italia per la seconda volta alla soglia dei 30 anni, ma senza che si debba investire per acquistare il suo cartellino.
L'ultima alternativa è la più suggestiva ma anche la più costosa: Robert Lewandowski. L'ariete polacco in forza al Borussia Dortmund è un classe 1988. Reduce da grandi prestazioni in campionato e Champions League, ha messo a segno poco più di trenta gol nelle ultime due stagioni. La media realizzativa è un pò più bassa rispetto agli altri due, ma stiamo parlando di una punta molto diversa. Nonostante il fisico possente, infatti, Lewandowski è un centravanti dai piedi sopraffini. Abile nel gioco aereo, sa giocare con la squadra e per la squadra. Il punto a sfavore del polacco è il costo del cartellino. Il Borussia Dortmund è una bottega molto cara ed ha fissato il prezzo del suo bomber: 30 milioni di euro.
E' difficile dire quale giocatore possa essere il migliore per il gioco della Juventus, ma di certo vanno fatti anche ragionamenti di tipo economico. Se si cerca un bomber per gennaio, l'unica soluzione è rappresentata da Fernando Llorente. Per giugno, invece, sono tutte valide alternative. A livello squisitamente tecnico, per il gioco di Conte vedrei meglio il polacco del Dortmund, ma non ritengo sia un investimento assennato. Troppi 30 milioni di euro per un classe 1988, a quel punto meglio investire su Llorente o Huntelaar per l'immediato e portare a casa un giovane che possa crescere con calma. Penso a Ocampos, Funes Mori, Isco, Munain, Iturbe, Gondo, Gabbiadini, Markovic, Olinga. Pogba ha dimostrato a tutti che la giovane età non è un problema, Conte ama i giovani e sa lavorare con loro. Diamo loro la possibilità di affermarsi, come sta accadendo a Pogba, El Sharawy, Insigne, Quintero..

Pato, El Sharawy e l'insostenibile leggerezza della gioventù

immagine tratta da: http://3.bp.blogspot.com
Il Milan mai come quest'anno si trova a vivere "l'anno zero". Partiti Ibrahimovic e Thiago Silva, la campagna acquisti del Milan è stata del tutto fallimentare. Zapata, Acerbi, De Jong, Pazzini sono giocatori discreti, ma che non fanno e non faranno mai fare il salto di qualità.
Le speranze di crescita, per il Diavolo, sono tutte sulle spalle dei ragazzi più giovani: Alexandre Pato e Stephan El Sharawy.
Il brasiliano, classe 1989, ha dimostrato negli anni di essere un potenziale fuoriclasse. Goal, grandi giocate e continuità di rendimento sono i suoi pregi; la fragilità muscolare il suo tallone d'Achille. A mio modesto modo di vedere c'è stato un grosso errore da parte dei preparatori e dei medici rossoneri, che si sono concentrati eccessivamente sull'esplosione muscolare del ragazzo. Pato si è sì irrobustito e ha acquistato forza e potenza, ma la sua struttura fisica è evidentemente poco adatta a sostenere un tale sforzo muscolare, tanto da essere afflitto di continuo da guai fisici. Tutti gli amanti di questo sport si auspicano che il Papero sia ora uscito da questo tunnel sfortunato, e più di ogni altro lo spera Massimiliano Allegri. Il tecnico rossonero sa che Pato è quel giocatore di qualità e personalità in grado di mettere in difficoltà tutte le difese, in Italia come in Europa. La condizione è quella che è, se ne sono tutti accorti contro il Genoa, ma qualche guizzo ha incominciato a intravedersi. Pato ha, da par suo, tanta voglia. Il Mondiale 2014 in patria non è alle porte, ma il bomber non può perdere tempo. Il Brasile è la patria delle punte e, ci scommetto, la star della nazionale carioca nei mondiali di casa sarà Neymar. Alexandre vuole far parte della spedizione e, allo stesso tempo, ritagliarsi un posto da protagonista.
I desideri di Pato sembrano corrispondere perfettamente al presente di Stephan El Sharawy. Il Faraone, classe 1992, è letteralmente esploso in questa stagione. La partenza di Ibra e la sterilità offensiva rossonera gli hanno permesso di modificare il suo raggio d'azione, avvicinandosi alla porta. L'anno scorso, infatti, è stato spesso impiegato come esterno d'attacco, ruolo che il ragazzo può ricoprire ma che limita le sue potenzialità. Il giovane attaccante fino ad ora ha strabiliato tutti, mettendo a segno sei goal in campionato e uno in Champions League. Non solo Allegri si è affidato a lui, ma anche il ct della Nazionale, Prandelli. El Sharawy è stato infatti impiegato in Nazionale maggiore, ponendo le basi per un ruolo da protagonista nelle qualificazioni al mondiale e per la stessa competizione planetaria.
Pato-El Sharawy, in coppia ora e sfidanti a Rio de Janeiro nell'estate 2014? Un sogno per i due ragazzi e, soprattutto, per il Milan e i suoi tifosi. L'esplosione e l'affermazione dei due centravanti coinciderebbe con la ripresa del Diavolo ferito.

Daniele Berrone

29 ottobre 2012

Moratti gela Braschi e la Juve: "Spero sia solo un episodio...."


All'uscita dal consiglio d'amministrazione, il presidente Moratti ha dichiarato ai cronisti: "Quello che è successo a Catania un pò di impressione l'ha fatta. Non vorrei arrivare alla sfida di sabato acuendo la non grandissima simpatia tra le tifoserie di Inter e Juventus. Non credo ci sia bisogno di sottolineare quel che i giornali hanno sottolineato perfettamente. E' una situazione assurda, ma bisogna pensare sempre che sia solo un errore e che non si ripeta". Le parole, riportate da Tuttomercatoweb.com, scaldano già la partita di sabato sera.

Ranocchia, Cambiasso e Cassano: così Strama ha rilanciato l'Inter


Sono lontani i tempi in cui Moratti spendeva e spandeva. Siamo in tempo di recessione e a Stramaccioni è stato chiesto di rigenerare un'Inter spompata. Dopo i fallimenti di Benitez, Ranieri e Gasperini, il giovane tecnico ha deciso di invertire la rotta. In fase di mercato sono stati acquistati giocatori funzionali al progetto e, soprattutto, allo spogliatoio. Handanovic, Sivestre, Guarin, Gargano, Palacio e la ciliegina sulla torta: Cassano. 
Ma partiamo dalla difesa, fase in cui Stramaccioni si è dedicato con maggior attenzione. Uno dei problemi dell'Inter era quello di subire troppi goal, nonostante un reparto arretrato di tutto rispetto. Sulla scolta di quanto fatto da Mazzarri e Conte, anche il tecnico romano ha deciso di passare alla difesa a 3. Questa scelta tattica non solo garantisce solidità e concretezza ma permette di esaltare le caratteristiche dei giocatori in rosa. Ranocchia, Samuel e Juan Jesus formano infatti un trio di difesa roccioso, insuperabile sulle palle alte e, tuttosommato, anche rapido. Il vero capolavoro di "Strama" si è consumato recuperando Ranocchia, arcigno stopper classe 1988. Il ragazzo è ad oggi un punto fermo dell'Inter e della Nazionale; insuperabile di testa è il perno perfetto per dar vita ad una cerniera difensiva insuperabile.
Il centrocampo si basa su due esterni dotati di un'elevata capacità polmonare: Javier Zanetti, inossidabile capitano, e Nagatomo. I due hanno il compito di solcare la fascia tanto in fase difensiva quanto in quella offensiva, garantendo copertura e traversoni. In mezzo al campo il punto fermo è Esteban Cambiasso, giocatore che sembrava ormai sul viale del tramonto. Stramaccioni ha compreso che il mediano argentino non poteva sostenere ritmi di gioco vertiginosi e ha deciso di ritagliare per lui un ruolo diverso. Cambiasso non è più infatti quel "macinino" recupera palloni che era stato con Mourinho, ma si è trasformato nel faro della mediana. Accanto a lui giocano infatti Gargano e Mudingaiy, i cui compiti sono quelli di recuperare palloni e servirli a Cambiasso, novello regista nerazzurro. 
L'attacco è il reparto in cui le soluzioni sono maggiori, inutile nascoderlo. La stagione è iniziata con un trequartista (Sneijder o Coutinho) alle spalle di Cassano e Milito. Se sul "Principe" è scontato riporre notevoli aspettative, la bravura dell'allenato nerazzurro è stata quella di dar fiducia a Cassano. Fantantonio è un giocatore che, se in fiducia, può fare malissimo. La personalità e la spensieratezza di Stramaccioni hanno conquistato il barese, che si è prontamente messo al servizio della squadra. 
Con l'infortunio di Sneijder ed il rientro di Palacio, per l'Inter si sono aperte nuove soluzioni offensive. Il tridente, composto appunto da Milito, Cassano e Palacio non è un miraggio, ma una concreta possibilità. In casa contro il Catania è già stato sperimentato con successo e i tre hanno dimostrato di poter convivere pienamente. Cassano e Palacio si muovono, non dando punti di riferimento alle difese. Milito è il solito killer d'area di rigore, in grado di finalizzare gli assist "al bacio" dei due compagni. 
L'Inter gioca bene, diverte e vince. Forse non porterà a casa il tricolore, ma di certo ha imboccato la strada giusta per ricostruire un gruppo in grado di competere per anni ai massimi livelli.

Daniele Berrone

26 ottobre 2012

Football Star, Luìs Nazario de Lima: Ronaldo


Ronaldo Luìs Nazario de Lima, conosciuto più comunemente come Ronaldo, nasce a Rio de Janeiro il 22 settembre 1976. Nato nella favela di Bento Ribeiro, Ronaldo ha un solo sogno fin da bambino: diventare una star del pallone. Inizia a giocare con il Sao Cristovao  una squadra locale con la quale mette a segno 44 gol in 73 incontri. Una media strabiliante. I suoi numeri lo portano a fare un provino con il Flamengo, la squadra che tifa da sempre. Il club rossonero lo prenderebbe, ma Ronaldo non ha i soldi per pagarsi l'autobus che lo porterebbe al campo d'allenamento. Per questa ragione salta il suo trasferimento ed il giovane bomber dovrà aspettare ancora qualche tempo prima di essere ingaggiato da una squadra professionistica. Nel 1993 è il Cruzeiro di Bel Horizonte ad investire su di lui, portandolo a giocare nel campionato mineiro.
L'intuizione dei dirigenti viene subito premiata. 14 partite e 12 reti, con tanto di tripletta nel derby con l'Atletico Mineiro. La stagione si conclude con la vittoria della Coppa del Brasile, ma soprattutto con l'affermazione a livello Nazionale. Jairzinho, grande campione del mondo del 1970, lo aveva visto giocare a 14 anni e lo aveva segnalato allo staff tecnico delle nazionali giovanili, all'interno delle quali il giovane Ronaldo non tarda ad imporsi. Zagalo, selezionatore della Seleçao, lo tiene in così grande considerazione da convocarlo per i Mondiali di Usa '94. Con la Nazionale si laureerà campione del mondo, senza però scendere in campo. Troppo difficile scalzare un attaccante come Romario, dal quale però impara molto.
Il 1994 si chiude con il trasferimento in Europa. La chiamata giusta arriva dall'Olanda, dove il Psv di Eindhoven lo paga 6 milioni di dollari. In terra "orange" Ronaldo si scatena e legittima il soprannome che i tifosi del Cruzeiro avevano coniato per lui e che lo seguirà per l'intera carriera: "O Fenomeno", il fenomeno.
In coppia con Luc Nilis porta il Psv allo scudetto, realizzando il due anni 55 goal in 57 presenze.
L'impressionante media realizzativa convince il Barcellona ad acquistarlo, investendo l'equivalente di 15 milioni di euro per un ragazzo non ancora ventenne. In Spagna continua a dare spettacolo, guidando il Barça alla conquista della Coppa delle Coppe (realizzando su rigore il goal decisivo nell'1a0 ai danni del Paris Saint Germain) e di un posto in Champions League. Con 47 goal in 49 presenze si scatena un'asta di mercato sul gioiello brasiliano.
Il più determinato di tutti è il presidente dell'Inter, Massimo Moratti. Ronaldo sbarca a Milano il 25 luglio 1997, dietro l'investimento della faraonica cifra di 50 miliardi di lire. I maligni dicono che la Serie A sia troppo dura per mantenere quelle medie realizzative, ma Ronaldo smentisce tutti. Con i nerazzurri da vita ad un emozionante duello con la Juventus ed una vittoriosa cavalcata in Coppa Uefa. In 47 partite mette a segno 34 realizzazioni, alzando la sua seconda coppa europea in due anni. In finale con la Lazio realizza una delle reti più belle che abbia mai visto. Uno scatto devastante a bruciare Alessandro Nesta, un fulmineo doppio passo che annichlisce Marchegiani e palla in rete. Un perfetto mix di potenza, classe, genio, freddezza e determinazione. Un campione completo, la prima punta più forte che io abbia mai visto giocare.
La stagione è tiratissima e si chiuderà con il Mondiale di Francia '98. I due protagonisti più attesi sono Del Piero e Ronaldo, arrivati stremati all'appuntamento più atteso. Il Fenomeno non tradisce le attese e guida il Brasile in finale, ma proprio a poche ore dal match accusa un malore. Si parlerà di un attacco epilettico, ma ad oggi solo Ronaldo e i medici brasiliani conoscono la verità su quanto accaduto a Parigi. Ronaldo scende ugualmente in campo, ma non incide e la Francia vince agevolmente per 3a0.
Dopo le vacanze Ronaldo torna a Milano e guida un'Inter in difficoltà. La squadra va male, ma il brasiliano realizzerà ugualmente 14 gol in 19 partite. A novembre però, il primo crac della sua carriera. Durante un incontro con il Lecce il ginocchio del Fenomeno rimane incastrato sull'infido terreno di San Siro: rottura del tendine rotuleo del ginocchio. E' l'inizio di un incubo, che toccherà il suo punto più basso allo stadio Olimpico di Roma. Il giorno del rientro, il 12 aprile 2000, lo stesso tendine rotuleo si rompe di nuovo costringendo il ragazzo ad un nuovo stop di oltre un anno. Al suo rientro l'Inter è in piena lotta scudetto, presentandosi all'appuntamento decisivo con un punto di vantaggio sulla Juventus. All'Olimpico di Roma, stadio maledetto per il brasiliano, si consuma la fine del suo rapporto d'amore con l'Inter. Dopo la sconfitta per 4a2 contro una Lazio priva di motivazioni, Ronaldo chiede di essere ceduto. Moratti a malincuore cede alle richieste del suo giocatore, cedendolo al Real Madrid per 45 milioni di euro. Dopo 99 partite e 59 reti, il Fenomeno torna in Spagna.
L'impatto con il Real Madrid è fantastico. Goal a raffica, titolo di campione di Spagna e campione del mondo per club contraddistinguono le sue prime annate con la maglia merengue. Il campionissimo in campo regala emozioni, ma la sua vita inizia a farsi un pò sregolata. Nonostante le tante reti, infatti, la stampa spagnola sottolinea il suo continuo aumento di peso, tanto da soprannominarlo "El gordo". Un soprannome impietoso ed ingiusto per un ragazzo che in 177 partite mette a segno 104 goal.
Con l'arrivo di Fabio Capello sulla panchina madrilena la sua carriera è in fase discendente. Il suo "canto del cigno" in Europa si consumerà nuovamente a Milano, sponda rossonera. 20 presenze e 9 reti, con tanto di goal ed esultanza nel derby contro l'Inter. Ritornato in Brasile chiude con il Corinthians, realizzando la bellezza di 35 goal in 69 apparizioni.
Una carriera al massimo quella di Ronaldo, capace di scrivere il suo nome sui tabellini di tutte le competizioni in cui partecipa. 469 sono i goal totali, in 672 partite. Una media fantascientifica, da Fenomeno vero.
Non ci sono abbastanza aggettivi per descrivere questo ragazzo. In campo era favoloso, completo. Un campione. Destro naturale era letale dalla trequarti in su. Una progressione bruciante, unita ad una tecnica sopraffina, lo hanno reso un giocatore unico. Dribbling e doppi passi ubriacanti hanno mandato in pensione più di un difensore e, senza tutti quegli infortuni, avrebbe con tutta probabilità inciso ancora di più. Rigorista infallibile, aveva forse nel colpo di testa il punto più debole.
Due volte pallone d'oro (1997 e 2002) e tre volte vincitore del Fifa World Player (1996, 1997 e 2002) ha l'unico rimpianto nel non aver mai alzato la Champions League. Con la nazionale verdeoro si è però ampiamente rifatto, sollevano per due volte la Coppa del Mondo e la Coppa America.

25 ottobre 2012

Generazione di fenomeni: Leonardo Capezzi


I grandi giocatori si vedono nei momenti di difficoltà. Dopo aver sbagliato un rigore nella semifinale scudetto degli Allievi Nazionali chiunque si sarebbe potuto abbattere. Invece si è rialzato ed ha lavorato sodo, crescendo e impressionando tutti. Il giovane calciatore di cui sto parlando è Leonardo Capezzi, piccola star della Primavera gigliata.
Nato a Figline Valdarno il 28 marzo 1995, Capezzi è un centrocampista dinamico e di personalità. Cresciuto nella Sangiovannese, squadra del suo paese di nascita, si trasferisce nel 2008 alla Fiorentina. Con la maglia viola inizia la trafila all'interno del settore giovanile, che l'ha portato per il momento ad essere punto fermo della Primavera e rincalzo per la prima squadra, con la quale ha collezionato due panchine in Serie A, senza però mai esordire.
La sua notorietà cresce esponenzialmente quest'anno, grazie alle riprese di Mtv. Capezzi è infatti insieme a Lezzerini, Madrigali, Gulin, Rosa Gastaldo, Gondo e Bangu uno dei protagonisti del reality "Calciatori, giovani speranze". Ma gli osservatori più attenti avevano già notato il cristallino talento di questo ragazzo, accostato a campioni del calibro di Gerrard e Lampard. Proprio la sua solidità fisica, unita alle innate qualità di corsa, portano gli osservatori dello United a Firenze. Le relazioni sul giocatori sono così positive che Ferguson prova a portarlo a Manchester. Nella primavera del 2011, infatti, il manager scozzese "tenta" Capezzi, Madrigali, Lezzerini e Gollini. I primi tre declinano l'offerta, il quarto accetta e passa allo United.
Con le giovanili della Fiorentina Capezzi si ritaglia un posto da protagonista assoluto. Con l'infortunio del capitano Saverio Madrigali, eredita la fascia e guida i compagni alle finali dei campionati nazionali. In semifinale, contro la Sampdoria, fallisce un rigore durante i tempi regolamentari. Dopo la sconfitta ai calci di rigore il ragazzo si scuserà attraverso Twitter, cementificando il rapporto con la tifoseria viola.
Le prestazioni convincenti con gli Allievi lo portano a fare il grande salto con la squadra Primavera, all'interno della quale il centrocampista si sta mettendo in mostra: sette presenze e tre reti sono il suo score fino a questo momento.
Nonostane un fisico ancora in fase di crescita, Vincenzo Montella lo stima a tal punto da averlo aggregato più volte alla prima squadra. In ambiente fiorentino il paragone più gettonato è quello con un grande ex del passato: Manuel Rui Costa. Rispetto al portoghese, a mio avviso, Capezzi è più solido e meno tecnico. La sua grinta e la sua tenacia ricordano giocatori come Lampard e Gerrard, capitani di Chelsea e Liverpool. Anche il ragazzo toscano ha infatti, come i due mostri sacri inglesi, un'innata capacità realizzativa. Inserimenti, tiri dalla distanza e freddezza dagli 11 metri fanno parte del suo bagaglio calcistico.
Punto fermo delle Nazionali giovanili italiane, Capezzi ha indossato più volte la fascia di capitano, sinonimo di totale fiducia nei suoi confronti da parte di selezionatori esperti come Francesco Rocca o Nicola Salerno.
Il 25 agosto è in panchina con la prima squadra, vittoriosa contro l'Udinese. Capezzi non scenderà in campo, così come il 16 settembre, quando i viola sconfiggono per 2a0 il Catania al Franchi. Chissà che il ragazzo non coroni quest'anno il sogno di una vita: l'esordio in Serie A con la maglia viola sulle spalle.

23 ottobre 2012

Mandorlini, Verona e l'odio xenofobo. E' ora di reagire


Sabato pomeriggio si è consumato il capolavoro dei tifosi del Verona. Durante la vittoriosa trasferta di Livorno, i supporters veronesi hanno insultato Morosini. Il centrocampista della compagine labronica, scomparso tragicamente qualche mese fa, è stato oggetto di scherno, oscenità ed offese. Insieme a lui anche la sua famiglia, come se non avesse provato abbastanza dolore.
Io non sono e non voglio essere un perbenista, ma i tifosi del Verona hanno davvero passato il segno. Parliamo di una tifoseria xenofoba e razzista, che ovunque vada si distingue. Cori razzisti ed insulti discriminatori sono l'abc della curva gialloblu. Una curva che, inizio a pensare, sia specchio della cultura cittadina. O quantomeno di una parte consistente di essa.
Storicamente di destra, Verona è una città in cui l'apertura mentale tarda ad arrivare. Prima i meridionali, poi i neri, quindi gli zingari. C'è sempre un "nemico" con cui prendersela e sfogare le proprie frustrazioni. Tosi, il sindaco in carica, ha dichiarato ieri alla Gazzetta dello Sport: "Aspettiamo che la Digos e la magistratura facciano il loro corso, quando i responsabili saranno individuati con certezza chiederemo loro i danni". Ma quali danni? Il dolore non si risarcisce e le figuracce non si dimenticano. Nella stessa trasferta l'allenatore veronese, Mandorlini, ha signorilmente dichiarato di "odiare Livorno", frase che si collega perfettamente alla distensiva conferenza stampa della vigilia: "Sono orgoglioso di essere un nemico del Livorno. Non ce le siamo mai mandate a dire e continueremo a essere così. Fa parte del gioco, e mi auguro che la mia squadra giochi meglio della loro e l'importante è il risultato".
 Vi stupite? Io no. L'allenatore dell'Hellas Verona è lo stesso che, durante la festa della squadra, intonava cori razzisti contro i "terroni" per poi dichiarare trattarsi di una burla. A casa mia due indizi sono una prova. Mandorlini per essere sicuro di confermarsi ha anche adottato uno stile da gentleman britannico. Al gol della sicurezza si è voltato verso la tribuna livornese, rea di non si sa bene cosa, mostrando il dito medio. Un segno non tanto e non solo volgare, ma espressione di un atteggiamento presuntuoso, borioso e superbo. Di chi guarda dall'alto in basso con sprezzo e non ha stile, tanto nella sconfitta quanto nella vittoria.
Con Verona e la sua squadra siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Una tifoseria che insulta e schernische persino i propri giocatori, rei di avere il colore della pelle sbagliato, non merita rispetto. Tantomeno di stare in Serie A, dove Verona è già rappresentata. Il Chievo incarna infatti tutte le qualità positive di una splendida città come Verona. Un luogo declamato da studiosi e poeti, conosciuto in tutto il mondo per i suoi monumenti e per la fama che Shakespeare le ha regalato.
La Figc rifletta bene su tutto questo e trovi una soluzione. Da anni ci battiamo per debellare la violenza dagli stadi, ma non accadrà mai se non si cambia prima la cultura delle persone.

22 ottobre 2012

Varriale e Amandola. Alla tv di stato servono nuovi volti e nuove menti


La domenica di calcio è andata in archivio con due episodi più che discutibili. Protagonisti, nemmeno a dirlo, i giornalisti della tv di stato.
Per il giornalista del tg3 regionale (che ha domandato ad un tifoso se "i napoletani si riconoscono dalla puzza") non ci sono aggettivi. Incivile, maleducato, razzista? Non vale nemmeno la pena addentrarsi. Ci si auspicherebbe un immediato licenziamento per personaggi di questo calibro, ma una prospettiva così rientra nel campo dell'utopia anzichè della normalità.
Mi concentrerei invece con maggior attenzione su Enrico Varriale. Il noto giornalista Rai è un volto ormai logoro. L'informazione ed il calcio hanno bisogno di rinnovarsi. Chiediamo di dar spazio ai giovani in campo, perchè non dovrebbe accadere nei salotti tv. Non stiamo parlando di mostri sacri del giornalismo, ma di un bordocampista adattato negli studi Rai.
Ci chiediamo come mai Sky abbia un livello di qualità tanto alto. Ecco, la risposta non sta nei compensi che garantisce o per il fatto che sia una pay tv. L'alta professionalità è garantità da una profonda selezione del personale, che ha portato in redazione gente come Caressa, Compagnoni, Nucera. Giornalisti completi che vivono di sport e per lo sport. Accanto a loro ci sono volti noti del calcio italiano e donne competenti. Vogliamo paragonare la "minestra riscaldata" Paola Ferrari con Ilaria D'amico? Non si tratta di estetica, ci mancherebbe, ma di competenza. L'una svolge il compitino, l'altra sa dare dinamismo e freschezza alla trasmissione. Non segue un copione scritto e ripetitivo che si protrae ormai da quinquenni, va a braccio. Dialoga con i grandi protagonisti del nostro calcio e tocca tematiche interessanti. Spesso non di campo, argomento sul quale si astiene nel fare "l'esperta" lasciando a gente come Panucci, Boban e Vialli il compito di intrigare lo spettatore.
Varriale anche ieri ha dato prova di massima professionalità, chiedendo per la duecentomilionesima volta come si potesse ingabbiare "il bad boy Cassano". Stramaccioni ha dimostrato spirito e parlantina, rispondendo con un ironico "ho una cerbottana". Non pago dell'ennesima figuraccia fatta, Varriale si è impermalosito. Come con Zenga ha ingaggiato una bagarre mediatico-dialettica con l'allenatore interista, perdendo l'occasione di porre domande interessanti. Lo spazio dedicato alle interviste a questo dovrebbe servire. I tifosi, gli appassionati, vorrebbero sapere come mai Stramaccioni ha scelto il tridente dopo averlo sconfessato alla vigilia. Sarebbero interessati a capire come mai Guarin non gioca e che fine abbia fatto Silvestre. Come il tecnico nerazzurro abbia fatto a rigenerare uno spento Cambiasso restituendogli forza ed idee.
Evidentemente in viale Mazzini non la pensano come me.

Daniele Berrone

19 ottobre 2012

Scommessopoli, Kutuzov: "Conte sapeva"


Emergono nuovi inquietanti retroscena dopo gli interrogatori di Bari. Ecco cosa riporta oggi il Corriere della Sera: "La novità, che è emersa ieri, è che i giocatori avrebbero informato il loro allenatore Antonio Conte della loro volontà di farsi, per così dire, molto arrendevoli. Di più: gli avrebbero proprio detto che a Salerno la squadra aveva in programma di perdere la partita, per questioni di amicizia con certi ex compagni e per l’alleanza tra le tifoserie. A rivelarlo, nell’interrogatorio che si è svolto davanti ai procuratori di Bari il 20 agosto, sarebbe stato Vitaly Kutuzov, attaccante di quella squadra. «Ma fino a quando non arriverà la conclusione delle indagini noi non diremo nulla», frena l’avvocato Francesco Andriola. Kutuzov avrebbe però spiegato agli inquirenti che Conte era informato della volontà della sua squadra di «non giocare», il che potrebbe anche far ipotizzare un’omessa denuncia a carico dell’attuale allenatore juventino, già condannato a quattro mesi per il caso di AlbinoLeffe-Siena. Nessun altro giocatore però ha confermato l’episodio, neanche quelli (e sono tanti, da Stellini a Lanzafame ed Esposito) che si sono mostrati collaborativi con la procura. Lo stesso Conte, sentito come persona informata dei fatti (non è indagato), ha negato di essere stato a conoscenza di qualcosa e ha assicurato di aver motivato la squadra come sempre. Anzi, secondo qualcuno l’avrebbe particolarmente caricata perché si era accorto dello scarso impegno generale. Sul piano penale, conviene ribadirlo, non c’è nulla contro Conte: i giocatori, infatti, si sarebbero ben guardati dal rivelargli un particolare decisivo. E cioè che la loro poca voglia di impegnarsi all’ultima giornata era stata spazzata via del tutto da 160 mila euro consegnati dai giocatori della Salernitana. Soldi che la squadra ha deciso di accettare (ci sono due-tre eccezioni, tra cui Gazzi e Barreto a cui è stato regalato un computer per «legarli» al gruppo) durante una riunione che si è svolta in palestra e che poi sono stati spartiti dopo la gara. E quindi quella partita non è stato un «favore» da sanzionare al massimo davanti alla procura della Figc, ma si è trasformata nell’ancora più grave reato penale di truffa e frode sportiva. Resta da stabilire se, una volta completata la combine, qualcuno l’abbia sfruttata anche per scommettere o abbia passato la dritta sicura. Nei giorni scorsi, dopo le rivelazioni di un altro pentito, Marco Esposito, la procura avrebbe iscritto nel registro degli indagati anche l’ex team manager del Bari Luciano Tarantino, che è già stato interrogato. Ancora non è chiaro se Tarantino abbia partecipato alla presunta trattativa con la Salernitana (che vede un suo dirigente a sua volta indagato) o se abbia solo scommesso sulla sconfitta di quella che, allora, era la sua squadra. In tutto gli indagati sono una ventina: ieri sono stati interrogati gli ex centrocampisti del Bari Ivan Rajcic e Raffaele Bianco che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere".

18 ottobre 2012

Mario Sconcerti: "Il calcio ha condannato Farina a emigrare. Conte? Due volte eroe"


Parole destinate a far discutere quelle riporate dal noto opinionista e giornalista sportivo Mario Sconcerti. Sull'edizione online del Corriere della Sera ha infatti scritto: "Simone Farina, l’ex difensore del Gubbio che denunciò una partita truccata, ha dovuto smettere di giocare a calcio. Nessuna squadra ha offerto lavoro “all’infame”, in puro stile mafioso. Farina ha trovato lavoro come insegnante dei giovani calciatori dell’Aston Villa. Da Gubbio a Birmingham è un bel salto, questo anno di sofferenza si chiude forse per lui con un saldo attivo. Ma è terribile sia stato costretto ad andarsene. La sua esclusione dal branco è stata più grave perfino delle partite vendute. Quelle sono state commesse da disonesti, Farina è stato escluso dai “normali”. E lo hanno escluso tutti. Se la legge del branco è questa e noi non riusciamo a cambiare il branco, anzi lo subiamo sempre di più, come si può condannare Conte per omessa denuncia? Come si poteva seramente chiedergli di denunciare tutta la sua squadra? E sopratutto, come si poteva condannarlo a cambiare lavoro? Perchè è chiaro che non l’avrebbe voluto più nessuno. E allora non era ancora allenatore della Juve. Ora è due volte eroe: per aver taciuto e per aver scontato una pena che a questo punto non meritava".


La Fiorentina guarda sempre in casa United: Javier Hernandez


Secondo quanto riporta la Gazzetta dello Sport, la Fiorentina starebbe pensando seriamente di buttarsi sul talento messicano del Manchester United Javier "Chicharito" Hernandez.
 Javier Hernández Balcázar (Guadalajara, 1º giugno 1988) è un calciatore messicano, attaccante del Manchester United e della Nazionale messicana. È soprannominato Chicharito (in lingua italiana Pisellino) poiché suo padre, Javier Hernández Gutiérrez, calciatore anch'egli, era soprannominato Chícharo (pisello) perché aveva gli occhi verdi che sembravano due piselli.
Debutta nel campionato di Apertura del 2006 con la maglia del Chivas segnando un gol nella vittoria della sua squadra per 4-0 sul Necaxa. Benché nei tre tornei seguenti giocò solo nove incontri, per l'Apertura 2008 comincia già ad essere considerato in modo maggiore e per il Clausura 2009 diventa titolare fisso. Nel bicentenario 2010 ha battuto il record di reti segnate in un inizio di torneo, segnando otto volte nei primi cinque incontri. L'8 aprile 2010 viene ufficializzato il suo acquisto da parte del Manchester United per 6 milioni di sterline, dove si trasferirà a partire dal 1º luglio 2010, diventandone il primo messicano della storia. Segna la sua prima rete ufficiale con i Red Devils nella Community Shield, siglando il momentaneo 2-0 della sua squadra contro il Chelsea (partita poi finita 3-1). Segna il suo primo gol in Champions League il 29 settembre in Valencia-Manchester (0-1), risultando quindi decisivo ai fini del risultato. Il 24 ottobre 2010 realizza una doppietta nella gara esterna contro lo Stoke City, segnando entrambi i gol della vittoria del Manchester United per 2-1. Il 15 marzo 2011, nella gara di ritorno valida per gli ottavi di finale di Champions League, una sua doppietta permette di battere l'Olympique Marsiglia e di portare il Manchester United ai quarti di finale. Ha concluso la sua prima stagione al Manchester United con 14 reti in Premier League, 1 in FA Cup, 2 in League Cup e 4 in Champions League. Il 13 ottobre 2011 rinnova il suo contratto fino al 30 giugno 2016. L'acquisto di Van Persie da parte di Ferguson ha però chiuso le porte del campo al forte giocatore messicano, che medita di andarsene. Della Valle vuole regalare un campioncino a Firenze ed Hernandez sarebbe l'uomo giusto.

Manchester City-Radamel Falcao, contatto!


Secondo quanto riferisce il Manchester Evening News, nel suo recente viaggio in Spagna per assistere ad Atletico Madrid-Malaga, Roberto Mancini, manager del Manchester City, avrebbe assistito all'incontro in compagnia di Jorge Mendes, agente del colombiano Radamel Falcao, l'osservato speciale dal Mancio durante quel match.

Milan, giusto confermare Allegri? Se si aspetta Guardiola..


Galliani lo ha detto chiaro e tondo, Allegri non si tocca. I tifosi rossoneri sono spaccati. Da tempo sulla graticola ci sono lo stesso Allegri e Christian Abbiati, vice capitano della squadra.
In vista della sfida di sabato all'Olimpico, l'amministratore delegato rossonero ha voluto rasserenare l'ambiente: "Comunque vada Lazio-Milan, non sarà l'ultima gara per Massimiliano Allegri - dichiara l'ad rossonero, parlando a Milano, in piazza del Duomo, subito dopo aver tenuto una riunione proprio con Allegri nella sede del club, in via Turati -. Dalla prossima partita mi aspetto tanto, la squadra non meritava la sconfitta nel derby. Il Milan è destinato ad essere più veloce nelle prossime partite e la squadra complessivamente crescerà". La domanda è tanto semplice quanto scontata: è la scelta giusta? Al momento sulla piazza non ci sono fenomeni e l'esperienza insegna che cambiare per cambiare non è mai produttivo. Dietro la difesa di Allegri si cela probabilmente un grande progetto. Non è un mistero che l'uomo nuovo, per il Milan, potrebbe davvero essere di primissimo ordine: Pep Guardiola. Fosse questo lo scenario sarebbe giusto aspettare, risparmiare e investire pesantemente sulle idee del guru catalano.

 Daniele Berrone

17 ottobre 2012

Zlatan Ibrahimovic nell'Olimpo dei grandi: suo il Golden Foot 2012


Zlatan Ibrahimovic ha vinto l'edizione 2012 del Golden Foot, il premio che annualmente viene consegnato ad un giocatore, ancora in attività, che abbia compiuto almeno 29 anni. Ibra ha battuto, nel finale, Didier Drogba, Andrea Pirlo (terzo classificato) e Raul Gonzalez Blanco. L'ennesimo riconoscimento per il campionissimo svedese, icona calcistica del suo paese.

Generazione di talenti, l'agente di Vietto: "Piace a tante grandi squadre"


Luciano Vietto è un potenziale campione. Sembra essersene accorto soprattutto il suo procuratore che, attraverso il portale Calciomercato.it, ha dichiarato: "Piace alle dieci squadre più importanti di Europa, ma credo che almeno fino a giugno 2013 non lascerà l'Argentina. Ha 18 anni e ora deve concentrarsi esclusivamente sul suo club e sulla nazionale giovanile, con la quale andrà a disputare il Sudamericano a gennaio". Sul ragazzo ci sono le principali big italiane, specialmente alla Juventus. I bianconeri avevano infatti in pugno un giovanissimo Edinson Cavani ma rinunciarono al suo acquisto. Luciano Vietto, nato il 5 dicembre 1993 ha già siglato 4 reti in 7 presenze nel campionato argentino con la maglia del Racing Avellaneda. E' un giocatore completo, rapido, tecnico ed in grado di occupare diverse posizioni in campo. L'uomo ideale per Antonio Conte.

 

Il nuovo che avanza: Jordy Clasie, l'erede di Xavi


Segnatevi questo nome, Jordy Clasie. Nato ad Haarlem il 27 giugno 1991, il giovane centrocampista tulipano si sta facendo conoscere.
Cresciuto nelle giovanili dell'Excelsior di Rotterdam, fa il suo debutto in prima squadra nel 2010. L'impatto in Eredivisie è tanto forte quanto concreto. Le 32 presenze, impreziosite da due reti, convincono i "cugini" del  Feyenoord ad investire su di lui. Nonostante la giovane età non fatica a ritagliarsi un posto da titolare ed imporsi all'attenzione del grande pubblico.
In patria è considerato un predestinato, tanto da essere al centro di tutti i progetti giovanili. Bert van Marwijk inizia a seguirlo con assiduità e pensa di inserirlo nel giro della nazionale maggiore. Dopo una grande stagione con la maglia biancorossa del Feyenoord, Clasie è inserito nella lista delle riserve in vista di Euro2012. La spedizione olandese rimedia tre brutte figure e il selezionatore viene esonerato. Al suo posto si siede sulla panchina dei tulipani Louis Van Gaal, che lo fa debuttare con la maglia della Nazionale maggiore.
Mediano basso, Clasie gioca davanti alla difesa. Per caratteristiche tecniche e fisiche ricorda un grande interprete di quel ruolo: Xavi Hernandez. Anche lui infatti ha come armi principali la visione di gioco ed un innato senso geometrico. La squisita caratura tecnica del ragazzo è paragonabile ad un altro illustre campione, Andrea Pirlo.
Paragonarlo ai due più forti centrocampisti degli ultimi 20 anni è forse un azzardo, ma testimonia quanto talento abbia questo ragazzo. Sulle sue tracce stanno iniziando a muoversi i più grandi club italiani ed europei: Juventus, Roma, Inter, Manchester City, Barcellona e Real Madrid.
E' di oggi la notizia di un fortissimo interessamento di Zdenek Zeman nei suoi confronti, tanto che non è da escludersi un assalto a gennaio.
Il ragazzo è un investimento sicuro e farebbe un gran bene al nostro movimento calcistico.



Daniele Berrone

Klaas-Jan Huntelaar, l'occasione da non farsi sfuggire


Tra i tanti giocatori in scadenza di contratto, ce n'è uno che non bisogna farsi scappare: Huntelaar.
Il forte centravanti olandese dello Schalke04 va in scadenza di contratto a giugno 2013, ed è libero di siglare un nuovo contratto fin dagli inizi di febbraio. E' un'occasione irripetibile per le squadre italiane.
Stiamo parlando di un centravanti che ha sempre fatto goal a palate, ovunque sia andato. Esplode in Olanda con la maglia dell'Agovv. 35 partite e 26 reti convincono l'Heerenveen a puntare su di lui nel 2004. In due stagioni realizza 33 goal in appena 46 presenze, tanto da meritarsi la convocazione in Nazionale ed il trasferimento all'Ajax. Con i lanceri si fa conoscere al mondo intero, scrivendo il proprio nome sui tabellini per 76 volte in 92 presenze. Campionato, Champions League e competizioni internazionali sono tutte occasioni buone per lasciare il segno.
Nel 2009 arriva la chiamata della vita: il Real Madrid. Purtoppo per lui non è un buon momento per la squadra "merengue", ma in 20 presenze riesce a timbrare il cartellino 8 volte. Adriano Galliani fiuta l'affare e nell'estate del 2009 lo porta a Milano in prestito con diritto di riscatto. Anche al Milan non è fortunato e trova una squadra in fase di ricostruzione. Riuscirà a lasciare il segno solamente 7 volte e non verrà riscattato dai rossoneri.
Nel 2010 lo chiamano a Gelsenkirchen, allo Schalke04. In Bundesliga trova la continuità di cui necessita ogni giocatore e i risultati non tardano ad arrivare. 35 presenze e 13 reti il primo anno, ma uno sbalorditivo 48 su 48. In campionato sono 29 le segnature, tanto da superare nella corsa alla "Scarpa d'oro" giocatori del calibro di Ibrahimovic, Rooney, Gomez, Milito, Falcao, Cavani e Aguero. Non riesce a vincere l'ambito riconoscimento perchè si trova davanti Messi, Cristiano Ronaldo ed uno strepitoso Van Persie.
I numeri parlano chiaro, se il ragazzo è in fiducia può essere letale. Juventus, Napoli, Lazio ed Inter devono farci più di un pensiero. Huntelaar potrebbe rappresentare quel grande affare che è stato Miroslav Klose, passato a costo zero alla Lazio l'estate scorsa.
Al portale "Lalaziosiamonoi.it" ha parlato stamattina l'agente del bomber tulipano: "Allo stato attuale delle cose stiamo parlando soltanto di rumours. Se rinnoverà con lo Schalke? Non posso fornire queste indicazioni ora, non posso esprimermi in merito alla volontà del mio assistito perché per ora non c'è niente di concreto. Un ritorno in Italia? Nel mercato tutto può cambiare da un giorno all'altro...". Apriamo gli occhi e non facciamoci scappare un bomber di razza. Daniele Berrone

Pirlo, Balotelli e De Rossi. La nuova Italia funziona


L'Italia di Prandelli non perde le vecchie abitudini e non disprezza imparare nuove virtù. Il primo riferimento è tanto ovvio quanto scontato: Andrea Pirlo. Il centrocampista è il faro di questa Nazionale così come lo era di quella vittoriosa nel Mondiale tedesco del 2006. Un giocatore assolutamente straordinario, unico. Ieri sera, se ce ne fosse stato ancora bisogno, lo ha dimostrato. Ordine, geometrie, precisione, assist. Magnifica l'azione che ha portato al goal di De Rossi, con Pirlo che ha ubriacato il suo diretto marcatore e depositato il pallone sulla testa del compagno. Geniale il lancio per la rete della sicurezza, siglata da un freddissimo SuperMario Balotelli.
Fra le vecchie abitutidini va però annoverato anche Daniele De Rossi, un centrocampista fantastico che con la maglia azzurra indosso ha sempre saputo esaltarsi. Prandelli lo aveva detto chiaro e tondo "Pirlo e De Rossi sono imprescindibili". Ora anche i più scettici non potranno muovere critiche al commissario tecnico.
Se Pirlo e De Rossi rappresentano la continuità, Balotelli è invece il nuovo che avanza. "Talentuoso" "immaturo" "discontinuo" "indisciplinato". Sono questi gli aggettivi che i giornalisti gli hanno affibbiato fin dagli albori della sua carriera. "Imprescindibile" dovrebbero scrivere di lui ora. Mario è maturato ed è l'unico vero centravanti che abbiamo in Italia. Osvaldo, Destro, Matri, Gilardino, Borriello sono buoni giocatori, inadatti a reggere il peso della numero nove. Una maglia che ha avuto illustri padroni negli ultimi 30 anni: Paolo Rossi, Salvatore Schillaci, Gianluca Vialli, Giuseppe Signori, Christian Vieri, Luca Toni.
Balotelli rappresenta quel perfetto mix di genio e sregolatezza, ben diverso però da Antonio Cassano. In campo il ragazzone bresciano vuole vincere. A tutti i costi. E' pronto a lottare ed ha una freddezza innata. Più la partita è importante, difficile, più si carica di responsabilità. Il suo score parla chiaro. Un solo goal in amichevole ma ben tre ad Euro2012. E non parlo di realizzazioni qualsiasi, ma della rete della sicurezza contro l'Irlanda e la fantastica doppietta che ha affossato i tedeschi in semifinale.
Pirlo, De Rossi e Balotelli. Sono loro i cardini dell'Italia del presente, in attesa che sboccino definitivamente giocatori del calibro di Verratti, El Sharawy, Florenzi e Insigne.

Daniele Berrone

16 ottobre 2012

Lotta scudetto, Paolo Maldini ammaina bandiera bianca


Paolo Maldini, leggendario ex capitano rossonero, ha parlato della stagione del Milan. A Rai Sport l'ex difensore ha dichiarato: "La Nazionale può risvegliare l'entusiasmo di chi non segue Milan, Inter e Juventus. Balotelli? L'attenzione nei suoi confronti è incredibile e non credo gli abbia giovato. Come si sarebbe trovato nel Milan? Da noi i più giovani venivano trascinati dai più anziani. Per il Milan è dura recuperare 12 punti a questa Juve: per il titolo vedo i bianconeri e il Napoli se riesce a togliersi questo alone di squadra non ancora pronta". Parole che non aiuteranno a rinconciliare il rapporto fra Maldini ed i tifosi del Milan, spezzatosi con le acredini del 2009 nel giorno dell'addio.

Generazione di talenti: Hachim Mastour

L'esordio del nuovo Cristiano Ronaldo è finalmente arrivato. Dopo tante aspettative ha esordito con la maglia del Milan Hachim Mastour. Il giovane calciatore di Reggio Emilia è di origini marocchine. Nasce in Emilia il 15 giugno del 1998 e muove i primi passi nelle squadre locali: il Reggio Calcio e la Reggiana. Le prestazioni fuori dal comune convincono l'Inter a seguirlo con assiduità. La legge non permette ai nerazzurri di metterlo sotto contratto fino al compimento del 15esimo anno di età. I nerazzurri aspettano fiduciosi, ma in estate arriva il colpo di scena. Arrigo Sacchi s'innamora del giovane gioiellino e alza il telefono. Dall'altro capo della cornetta risponde Adriano Galliani. L'amministratore delegato rossonero ascolta il vecchio maestro e prepara un colpo gobbo. Mettendo sul piatto 500 mila euro per il ragazzo, il dirigente milanista lo mette sotto contratto.

Con il ragazzo lavora un tecnico alle prime armi ma che di certo sa come consigliarlo: Filippo Inzaghi. L'ex bomber rossonero è estasiato dal talento dell'italo-marocchino, tanto da affidargli le redini della squadra. Domenica l'esordio in campionato contro l'Albinoleffe. Goal, assist e giocate da fenomeno per il talento in erba, che è adesso osservato da tutt'Italia ed i cugini nerazzurri hanno già iniziato a mangiarsi le mani.





 Daniele Berrone

Totti-Cassano: così uguali, così diversi


Francesco Totti e Antonio Cassano, la fantasia al potere. I due talentuosi giocatori sono stati accomunati per gran parte della carriera. Piedi fatati, estro, umorismo, faccia tosta, caparbietà, decisione, imprevedibilità.
Sebbene abbiano tante caratteristiche in comune, i due sono profondamente diversi.
Il capitano giallorosso è un uomo tutto d'un pezzo. A volte testardo e irascibile, ma pur sempre un uomo d'onore. Ha sposato la maglia della sua città e con il suo talento ha saputo diventare l'idolo della sua gente. A suon di goal, assist e giocate da fenomeno. Non ha mai ceduto alle lusinghe del denaro o dell'ozio.
I suoi successi sono sudati, come i suoi record. Ha saputo rinnovarsi, adattarsi e cambiare posizione in campo. La sua abnegazione è straordinaria ancora oggi, a 34 anni. Si è messo a disposizione di Zeman correndo, faticando e trascinando i compagni. I suoi sforzi sono stati ripagati non solo dal tributo che il popolo giallorosso gli conferisce quotidianamente, ma soprattutto con successi personali e di squadra.
216 goal in Serie A, uno scudetto, due coppe Italia e due supercoppe. Ma l'onore più grande è di certo il titolo di Campione del Mondo, conquistato in Germania con la Nazionale di Marcello Lippi. Una vittoria speciale per lui, che più degli altri ha lavorato per esserci, recuperando da un grave infortunio alla caviglia.
Antonio Cassano rispecchia invece perfettamente l'espressione "genio e sregolatezza". Un talento puro, cristallino. A 18 anni si fa conoscere da tutt'Italia con un goal fantastico contro l'Inter di quel Marcello Lippi che condizionerà il suo rapporto con la Nazionale. Sembra il preludio ad una carriera magnifica.
Cassano ha la sfortuna di esplodere in un momento in cui il calciomercato in Italia è del tutto fuori controllo. Su di lui si scatena una vera e propria asta fra le grandi squadre del nord e le compagini romane. Alla fine le più determinate sono la Juventus e la Roma, con il presidente giallorosso Franco Sensi che si dimostra fermo come non mai. 60 miliardi di lire e Fantantonio approda a Trigoria. E' la Roma di Capello, Emerson, Batistuta e, ovviamente, Francesco Totti. Il numero dieci è da sempre l'idolo del ragazzo di Bari Vecchia e lo prende sotto la sua ala. Ben presto emerge però il carattere di Cassano: difficile, scontroso e determinato. Lui è così, o si ama o si odia. Totti lo protegge e lo difende, Capello anche. Il pibe di Bari li ripaga con preziose giocate e realizzazioni di rara bellezza. Ma due galli nello stesso pollaio non possono convivere. Ben presto, per motivi ancora poco chiari, il rapporto fra i due fantasisti si spezza e la convivenza diventa impossibile. Lo spogliatoio si spacca, costringendo la dirigenza giallorossa a cedere Cassano. Nel suo futuro c'è il Real Madrid, che segnerà il punto più basso della carriera di Antonio. Sembra un disco che si ripete: un inizio travolgente, fatto di giocate talentuose, seguito da liti e sfuriate furibonde. E' stato così a Roma, Madrid, Genova e Milano (sponda Milan, per ora).
Il talento non si discute, il carattere sì. Nonostante mezzi tecnici fuori dal normale la sua carriera parla chiaro: 93 reti in campionato, un solo scudetto vinto da protagonista (a Madrid l'ha vinto da fuori rosa) e due Supercoppe. Ma soprattutto un grande rimpianto: non aver partecipato alla vittoriosa spedizione del Mondiale 2006.
Cassano ha sempre avuto le carte in regola per primeggiare, ma non ha mai saputo giocarle bene. Essere un leader, un campione, significa trascinare i compagni ma allo stesso tempo mettersi al loro servizio e a disposizione del proprio allenatore. E' stato così per eccezionali giocatori come Raul, Giggs, Roberto Baggio, Del Piero, Rivaldo, Zidane e Totti. Lo stesso Maradona, giocatore che più di ogni altro può essere accostato a Cassano per indole e carattere, ha saputo mettersi a disposizione dei compagni. Nessuno a Napoli ha mai avuto problemi con lui o lo ricorda come un piantagrane.
Questo è il vero limite della carriera di Fantantonio, un giocatore così uguale ad un campione ed allo stesso tempo così diverso.

Daniele Berrone

Vento d'oriente: Henrikh Mkhitaryan


Il forte trequartista armeno è balzato recentemente agli onori delle cronache, ma la crescita di questo ragazzo è ormai costante da alcuni anni. Conosciamolo meglio.
Henrikh Mkhitaryan nasce a Yerevan il 21 gennaio 1989 e cresce calcisticamente nel Pyunik, la squadra della sua città. Inizia come centrocampista centrale, ma pian piano si trasforma in trequartista. Visione di gioco, scatto bruciante, dribbling e tiro sono le sue armi principali. Dopo tre anni e 30 goal nel Pyunik si trasferisce in Ucraina, al Metalurh Donetsk. Nella squadra dei "minatori" fa il primo salto di qualità, esibendo giocate di notevole talento. 37 partite e 12 realizzazioni convincono Mircea Lucescu ad investire su di lui. Nel 2009 si trasferisce allo Shaktar, la squadra che da ormai diversi anni domina il campionato.
L'ex allenatore dell'Inter ritaglia per il giovane armeno un ruolo da protagonista. Mkhitaryan si posiziona accanto a William, brasiliano classe 1988, alle spalle di Luiz Adriano. Il modulo di gioco è perfetto per esaltare le caratteristiche di Mkhitaryan, che parte fortissimo. 27 partite e 4 goal il primo anno; 37 con 11 realizzazioni l'anno scorso. Lucescu entra nella mente del ragazzo e lo forgia caratterialmente e psicologicamente. Il centrocampista acquista sicurezza in se stesso e nei propri mezzi, i preparatori atletici del tecnico romeno fanno il resto. Il ragazzo lavora sodo e ne guadagna in potenza. Ora è 178 cm per 71 kg di pura potenza e rapidità, come sanno bene Barzagli e Bonucci. Venerdì sera la Nazionale italiana si è imbattuta in lui e ne ha fatto le spese. Un gol e tante giocate da fuoriclasse, non sufficienti a portare a casa punti, ma abbastanza da spaventare Prandelli e far parlare il mondo di lui.
Sembra essere la stagione della svolta per il centrocampista armeno, capace di siglare con lo Shaktar 15 reti in altrettante apparizioni.
Dopo la grande partita contro la Juventus in Champions League e la rete alla Nazionale italiana, La Stampa lo ha intervistato in chiave mercato. "Sono ancora giovane e per adesso voglio pensare soltanto allo Shakhtar. In Italia ci sono dei grandi club, ed è un grande campionato. In ogni caso se uno mi vuole dovrà parlare con lo Shakhtar, a fine stagione. Per me l'importante è giocare titolare, sarà questa la discriminante nelle mie scelte future. Il mio idolo? Zidane, che ha giocato proprio nella Juve".
E' presto per capire se Mkhitaryan può esser considerato un potenziale fuoriclasse o un nuovo "Zavarov". E' indubbio però che il nostro calcio abbia bisogno di una ventata d'aria fresca ed un giocatore così non potrebbe che far bene. Dopo la partenza di Pastore ed i mancati arrivi di Oscar (finito al Chelsea) e Lucas (come Pastore acquistato dal Psg) è il caso che i nostri osservatori di mercato non si facciano scappare l'ennesimo talento.

Daniele Berrone

15 ottobre 2012

Barcellona e Real Madrid, filosofie a confronto


Da qualche anno tutto il mondo calcistico si interroga su quale sia la migliore squadra del mondo. La scelta sembra sempre ridursi ad un derby spagnolo: Barcellona o Real Madrid?
Il dubbio è affascinante, ma cela più di un'insidia. Sarebbe come chiedere ad un giovane filosofo di scegliere fra epicureismo e stoicismo. Blancos e Blaugrana rappresentano due mondi differenti, due ideologie, due filosofie ben distinte. La stessa storia della Spagna ce lo insegna. I castigliani di Francisco Franco contro i fieri indipendentisti catalani.
L'appartenenza a Castiglia e Catalogna sarebbe già di per sè un motivo valido per la nascita di una forte rivalità, sorta fin dagli albori. Questa si intensificò definitivamente durante gli anni della dittatura di Franco, durante i quali i catalani accusarono i "merengue" di esser protetti dalle istituzioni. La pietra dello scandalo fu la semifinale della Copa del Generalísimo del 1943. A Barcellona s'impose il Barça per 3-0, ma il ritorno si concluse con un roboante 11-1 in favore del Real. Si insinuò che sui giocatori catalani furono fatte pressioni affinché perdessero. Da quel momento in avanti la partita fra le due compagini non è stata più la stessa, tanto da meritare un nome speciale: "El Clasico".
Con queste premesse il modo di giocare e stare in campo non poteva che essere diametralmente opposto.
Dopo anni in cui la leadership è stata appannaggio degli uni o degli altri, finalmente siamo tornati a vivere un epico scontro da quando sulla panchina del Real Madrid si è seduto Josè Mourinho. Lo Special One è l'uomo perfetto per infuocare la miccia ed incarnare i valori calcistici madrileni.
Il suo Real è forte, quadrato e spietato. Si basa su di una rocciosa difesa ed un centrocampo di rottura. Tutto questo per supportare alcuni dei giocatori offensivi più forti del mondo: Di Maria, Ozil, Higuain, Benzema, Cristiano Ronaldo. Ma la vera forza degli uomini di Mou sta nella compatezza e nell'ordine tattico impresso dall'allenatore di Setubal. Gente come Casillas, Ramos, Pepe, Essien e Xabi Alonso garantiscono la solidità tipica delle squadre allenate da Mourinho. Ma non bisogna farsi ingannare, anche il grande Real dei "Galacticos" si poggiava sugli stessi cardini: Hierro, Helguera, Makelele, Conceiçao e McManaman supportavano un attacco atomico. Era il real di Figo, Zidane, Ronaldo e Raul. Una macchina da guerra.
Il Barcellona ha invece una storia molto diversa, ma sempre improntata su di un calcio spettacolare, fatto di tocchi di prima e possesso palla. E' il calcio totale di Cruijff, Van Gaal e Rijkarad, capaci di portare il Barça sul tetto di Spagna e d'Europa. E' l'era di gente come Amor, Sergi, Stoichkov, Romario, Frank e Ronald De Boer, Rivaldo, Figo, Luis Enrique e Guardiola.
Proprio il centrocampista catalano studia dal campo e si prepara ad un radioso futuro alla guida tecnica della squadra. L'arrivo di Pep in panchina restituisce al Barcellona una fantastica identità di gioco. Possesso e giro palla sono le armi in più. Xavi, Iniesta e Busquets sono i cardini di questo gioco, che trovano in Pedro, Villa e Messi i perfetti finalizzatori. Mobili, rapidi ed estrosi non danno punti di riferimento alle difese avversarie.
Sono queste le due filosofie, l'ordine contro la fantasia; l'organizzazione contro l'estro. A ognuno il suo.
Non è possibile stabilire con certezza chi sia meglio. Il calcio ci insegna che le squadre fanno epoca, lasciano un segno indelebile sulla storia di questo sport. Il Real di Di Stefano, il Milan di Sacchi e Capello, la Juventus di Trapattoni e Lippi, lo United di Ferguson e l'Inter di Mourinho. Ognuna con il suo modo di essere e di vincere; uniche e leggendarie. A questo sono destinate Barça e Real, ad entrare nella storia.

Osvaldo, De Rossi e gli intrighi di mercato invernali: la partita a scacchi è cominciata


Non sono bastati due gol ed altrettante grandi prestazioni in Nazionale per spegnere le polemiche in casa Roma. Non sembra infatti esserci stato alcun contatto fra il tecnico boemo Zdenek Zeman e la "strana coppia" De Rossi-Osvaldo. Un silenzio gelido che potrebbe essere il preludio ad un doloroso divorzio. Sulle loro tracce moltissimi club: Machester City, Real Madrid, Barcellona..ma soprattutto Napoli, Juventus, Inter e Milan. Ma andiamo con ordine.
Il bomber italoargentino ha dimostrato di saper fare reparto da solo. E' tecnico, forte fisicamente e con una personalità spiccata. Anche in Nazionale sta facendo benissimo, timbrando spesso e volentieri il cartellino. La squadra più indiziata ad acquistarlo è la Juventus, sempre alla ricerca di un bomber di razza che faccia dimenticare ai tifosi l'ingombrante ombra di David Trezeguet. Giorni fa si era diffusa la notizia di un interessamento anche da parte di Sampdoria e Napoli. Onestamente i liguri non possono ambire ad un giocatore tanto importante, ed in più davanti hanno già Maxi Lopez. I partenopei hanno Cavani e potrebbero  pensare al numero 9 giallorosso in caso di partenza del Matador. Sono giocatori certamente differenti, ma Osvaldo si integrerebbe alla perfezione sia con Goran Pandev che con Lorenzo Insigne. Più difficile la convivenza con Edinson Cavani.
I tifosi della Roma non sono certo entusiasti all'idea di rinforzare le dirette rivali, ma se persistesse una situazione di stallo fra tecnico e giocatore la cessione sarebbe l'unica soluzione. La Roma ha acquistato Osvaldo per 15 milioni di euro un anno fa, presumibilmente potrebbe rientrare dello stesso investimento per avere liquidià da investire su un nuovo attaccante.
Più complessa la situazione di De Rossi, centrocampista classe 1983. In estate la dirigenza romana ha rifiutato una sontuosa offerta di 30 milioni di euro da parte del City di Mancini. Se dovesse cederlo oggi nessuna squadra al mondo riformulerebbe un'offerta del genere. I rapporti tesi con l'ambiente hanno inevitabilmente fatto calare il valore del ragazzo. All'estero continuano a monitorare la situazione sia il City che il Real, forti anche del fatto che De Rossi sarebbe impiegabile in Europa. Adattarsi ad un nuovo campionato in corsa, però, non è semplice. Ecco perchè le piste più concrete potrebbero essere quelle italiane: Milan ed Inter.
Si profilerebbe una sorta di derby di mercato per il fortissimo mediano romano. De Rossi sarebbe perfetto per il Milan, da tempo alla ricerca di un centrocampista in grado di colmare il "buco nero" lasciato dalla sciagurata cessione di Pirlo. Per l'Inter, invece, potrebbe rappresentare il perfetto tassello per fare il salto di qualità. Immaginate De Rossi al posto di Gargano? Di certo la compagine meneghina diventerebbe la principale antagonista a Napoli e Juventus nella corsa al tricolore.
La valutazione del giocatore è difficilissima da fare, ma verosimilmente De Rossi potrebbe lasciare la capitale per una cifra compresa fra 15 e 20 milioni di euro. 10 in meno rispetto a quest'estate, ma una cifra congrua per portare a Roma un paio di giovani interessanti. Zeman ama lavorare con loro e plasmarli secondo i suoi dettami tattici, sarebbe forse la soluzione migliore per tutti.

Daniele Berrone

14 ottobre 2012

Pastore, il campione inespresso che deve ritrovare se stesso


Javier Pastore è passato poco più di 12 mesi fa dal Palermo al Psg per la fantasmagorica cifra di 46 milioni di euro.
Dopo una prima stagione sulla cresta dell'onda, culminata però con la cocente delusione di un secondo posto in campionato, ora il Flaco è in difficoltà. Da star assoluta a gregario, questa la sua parabola. Con gli innesti di Ibrahimovic, Thiago Silva, Verratti e Lavezzi, il campioncino argentino sta faticando e non poco a ritagliarsi un ruolo di primo piano. Le incomprensioni maggiori sembrano esser sorte con Zlatan Ibrahimovic. Lo svedese catalizza su di sè tutti i palloni giocabili e non ama dividere la scena. Spesso in campo è irritante con i compagni. Certo, i fatti gli danno ragione (tanto da aver fino ad ora marcato 9 reti in 7 presenze con la maglia dei parigini), ma il bomber non è nuovo a qualche battibecco di troppo. Ricorderete tutti il litigio con Rino Gattuso, uno che non le ha mai mandate a dire. Se "Ringhio" sapeva farsi rispettare, sembra che Pastore stia accusando il colpo. In un nuovo ruolo e con meno responsabilità il "Flaco" si sta smarrendo. Ed è un vero peccato. Javier è un giocatore straordinario, un talento cristallino. Classe 1989, l'argentino ha davanti a sè un futuro radioso, ma non deve sprecarlo. La sua classe, la sua eleganza ed il suo senso tattico lo porterebbero a giocare quasi ovunque, anche nelle stratosferiche compagini spagnole. Barça e Real in quel ruolo hanno ottimi calciatori, ma non superiori a lui. Penso a Fabregas e Sanchez, a Ozil e Kaka. Grandissimi  incursori, ma a mio parere equivalenti a Pastore, che dalla sua ha anche la carta d'identità: 23 anni appena compiuti. Pochi al mondo hanno il suo cambio di passo e possono essere tanto devastanti sul risultato di un match, questo lo sanno anche Leonardo e Ancelotti. Ecco, proprio loro dovranno essere bravi a recuperarlo, coccolarlo e rilanciarlo. Se così non fosse spero proprio che Juventus, Inter e Milan ci facciano più di un pensiero. Al nostro calcio mancano talenti veri e l'argentino ha già dimostrato più volte di esserlo.
Per amore del calcio la prima speranza è che possa esser decisivo nel Psg, ma se così non dovesse essere, tanto meglio che regali spettacolo nel nostro campionato.

Daniele Berrone

12 ottobre 2012

"La Juventus ha chiesto i 7 Tour de France di Armstrong. 30 sul campo e 7 su strada". La voce dell'imparzialità è rosa.


In un paese fatto di informazione precaria e di pessima qualità non potevamo aspettarci di meglio da quella sportiva. La mia non è tanto una critica rivolta alla singola Gazzetta dello Sport ed al suo vicedirettore, quanto piuttosto una riflessione sui media sportivi. Ma andiamo per gradi.
Questa mattina il noto giornalista Umberto Zapelloni ha twittato: "La Juve ha chiesto i 7 Tour che verranno tolti ad Armstrong. 30 sul campo, 7 sulla strada". La battuta, che presa per quello che è fa sorridere, cela dietro di sè significati più profondi. Ritengo infatti non sia tollerabile che una figura importante come quella del vicedirettore della rosea esprima un giudizio tanto forte. Questi devono essere espressi all'interno di specifici spazi. Opinionisti Sconcerti, Caressa e Zazzaroni non si nascondono mai. Esprimono le proprie opinioni in maniera limpida e diretta, ma non lo fanno attraverso un social network. Perchè? Semplice, perderebbero credibilità e alimenterebbero il fuoco delle polemiche. Lo stesso Aldo Agroppi, opinionista fisso su Radio Sportiva e nota voce antijuventina, ha una signorilità decisamente superiore.
Come si può pretendere di vivere serenamente il calcio se gli organi d'informazione attizzano le polemiche. E non parlo di discussioni tecnico-tattiche, ma di alimentare la rivalità fra le tifoserie. Ho citato prima Mario Sconcerti. Beh, lui è il re della polemica, ma lo fa in modo sottile ed efficace. Critica aspramente squadre e tecnici, non si espone a parlare di argomenti scomodi come Calciopoli, i passaporti falsi, i Rolex regalati agli arbitri, le scommesse. Tratta questi spinosi casi super partes.
Ma non c'è da stupirsi, ormai la linea editoriale della Gazzetta dello Sport è quella di cercare la polemica, come durante Scommessopoli. L'obiettivo non è mai stato quello di far luce su uno scandalo di proporzioni gigantesche, ma fare notizia. Non si spiegherebbe altrimenti come questo processo sia stato trattato con due pesi e due misure. Mauri, Criscito e Sculli son stati accusati e ben presto dimenticati; Pepe, Bonucci e Conte messi alla gogna mediatica. Per antijuventinità? Ne dubito.
La Juventus fa notizia, nel bene e nel male. Si cavalca l'onda. Sarebbe lo stesso se accadesse a Roma o Lazio, forse non lo stesso per Milan ed Inter. La rosea è di Milano, un minimo di campanilismo non si rifiuta a nessuno. Specialmente quando ci sono in ballo interessi economici.
Attaccato dal popolo del Web il signor Zapelloni ha risposto: "Segno di vera indipendenza". La risposta migliora, purtroppo, non è mia. Devo dare merito a due tweettomani: Antonio Corsa e kantor. Il primo ha risposto al vicedirettore: "Aspetti. Se faccio una pessima battuta insultando interisti, milanisti, romanisti o laziali sono indipendente pure io?"; il secondo invece: "Ma che modo di arrampicarsi sugli specchi è questo? Essere sgradevoli in modo gratuito è un punto d'onore?"
Il nostro "eroe", messo alle strette, si è limitato a rispondere: "30 sul campo non l'ho scritto io sulla giacca..". Forse il prossimo vicedirettore della Gazzetta dello Sport sarà Gene Gnocchi o magari Maurizio Crozza. Se il trend editoriale è questo meglio un comico, le battute le fa di mestiere.


11 ottobre 2012

Pep Guardiola e la rivoluzione Milan


Massimiliano Allegri non sarà più l'allenatore del Milan. Non sto dando in anteprima la notizia del suo esonero, ma di certo le strade del tecnico livornese e dei rossoneri si separeranno. Quando? Giugno, al più tardi.
Da giorni si susseguono voci su un interessamento da parte del patron rossonero nei confronti di Pep Guardiola.
Conosciamolo meglio. Josep Guardiola i Sala è un catalano tutto d'un pezzo. Dopo una vita trascorsa al Barcellona ha dispensato calcio anche da noi, a Brescia e a Roma. E' fra i pochi giocatori spagnoli ad aver brillato in Serie A, indice di un'intelligenza calcistica superiore alla media. Non si spiegherebbe altrimenti come abbia fatto a costruire, alla prima esperienza come tecnico, una squadra tanto bella e perfetta. Il suo Barcellona è certamente fra le tre squadre più belle che il sottoscritto abbia mai visto. I maligni potranno dire che con giocatori di quel calibro avrebbero vinto tutti. Forse, ma probabilmente non così tanto e non in quel modo.
Classe, velocità, precisione, metodo, cura dei dettagli e maniacale dedizione al successo. Queste erano le armi del Barça stellare di Pep e queste sono le caratteristiche che mancano al Milan, una squadra fatta di potenziali fuoriclasse (Pato ed El Sharawy); giocatori mediocri (Abate, Montolivo, De Jong); ibridi (Boateng, Robinho) e giocatori sopravvalutati (Mexes, Nocerino, Flamini).
Il parco giocatori è da rifondare, perdere due tasselli come Ibra e Thiago Silva è sintomatico. Ma i due fuoriclasse appena passati al Psg hanno sempre mascherato i limiti di Allegri. Il Milan non ha mai avuto un gioco degno di questo nome ed ora che mancano i due unici campioni si vedono i risultati. 7 partite e 7 miseri punti.
La chiave per vincere una partita e per dare un bel gioco alla squadra è il centrocampo. Guardiola giocava con Xavi, Iniesta e Busquets; Allegri con Montolivo, De Jong e Nocerino. Al di là del chiaro gap tecnico fra i tre giocatori catalani e quelli a disposizione del livornese, balza subito all'occhio una differente filosofia. L'italiano predilige un centrocampo di rottura, tanto da rimpiangere un giocatore come Van Bommel (guardacaso epurato da Pep ai tempi del Barcellona). Guardiola punta sul possesso palla e sulla capacità di gestirla e smistarla. L'azione tipo parte dalla difesa ed è fatta di decine di tocchi, per creare superiorità numerica e mandare l'attaccante in porta. Una filosofia di questo tipo stride parecchio con l'idea "palla lunga per Ibrahimovic" impostata fino alla stagione scorsa a Milanello.
Prendere il maestro catalano significherebbe modificare radicalmente l'idea di gioco, ma anche intraprendere un percorso di crescita che potrebbe riportare il Milan ai tempi di Sacchi, Capello o Ancelotti.
L'operazione è complessa e costosa, ma di sicuro rendimento a mio modo di vedere. Mi auspico che possa andare in porto, sarei curioso di vedere Guardiola all'opera in un campionato tanto diverso dalla Liga.
Il nostro calcio ha bisogno che giovani tecnici portino idee fresche, nuove. Conte, Montella e Stramaccioni devono essere solamente i battistrada di un movimento che potrebbe coinvolgere grandi personaggi come Roberto Baggio e Paolo Maldini. Niente di personale contro buoni allenatori del calibro di Cosmi, Ventura, Zeman, Pioli o Colantuono, ma se vogliamo primeggiare in Europa serve un ricambio generazionale. E serve ora.

Daniele Berrone

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